Corriere della Sera, 19 ottobre 2007, p. 53

 

UNA VICENDA DIMENTICATA. Il testo pubblicato in questa pagina è la sintesi di un saggio di Sergio Romano in uscita sul numero della rivista “Storia contemporanea” che sarà in edicola dal 22 ottobre.

Il fascicolo si apre con un intervento di Roberto Chiarini su Milano e la destra politica, seguito da un saggio di Maurizio Serra su Mircea Elide.

Vi sono inoltre contributi di Giuseppe Pardini, Giovanna Tassani, Aldo G. Ricci, Riccardo Maffei,

Paolo Simoncelli, Alberto Indelicato, Sergio Bertelli.

 

Testimonianza –Un memoriale sui retroscena della spaccatura dopo l’armistizio.

E sull’Ungheria che preferì non scegliere

 

8 settembre, due Italie a Budapest

 

La doppia faccia dell’ambasciata: badogliana e fascista

 

di SERGIO ROMANO

Nella sterminata bibliografia sull'8 settembre e sulle sue conseguenze il capitolo a cui studiosi e cronisti hanno prestato meno attenzione è quello delle condizioni in cui vennero a trovarsi le rappresentanze diplomatiche e consolari del Regno dopo l'annuncio dell'armistizio. Se uno studioso volesse mettersi al lavoro, dovrebbe ricomporre un puzzle di molti frammenti, e constaterebbe che le 'macchie bianche', come i sovietici chiamavano i silenzi della storia ufficiale, sono assai numerose.

Un memoriale emerso dagli archivi del ministero degli Esteri riempie nel frattempo qualche vuoto e aumenta la nostra curiosità. L'autore, Carlo de Ferrariis Salzano, nacque a Napoli nel 1905, si laureò in Giurisprudenza e in Scienze politiche. Fece il servizio militare e nel 1932 entrò come volontario nei ruoli del ministero degli Esteri. Carlo de Ferrariis doveva essere allora un giovane nazionalista, lieto di rappresentare un Paese che aveva conquistato un impero e aveva un peso crescente nelle vicende europee. Lo desumo tra l'altro dal fatto che era 'autorizzato a fregiarsi', come si diceva nelle biografie ufficiali, di una croce al merito di guerra e di una medaglia commemorativa delle operazioni militari in Albania dell'aprile 1939.

Risale a quel periodo probabilmente il rapporto con Filippo Anfuso, amico di Galeazzo Ciano e capo di Gabinetto da quando il genero di Mussolini era diventato ministro degli Esteri.

Quando Anfuso accompagnò Mussolini a Rastenburg per un incontro con Hitler e una visita del fronte russo, volle de Ferrariis con sé. E nel dicembre dello stesso anno, quando decise di lasciare Roma per dirigere la Legazione a Budapest, de Ferrariis lo seguì per diventare il numero due della rappresentanza. Nulla lasciava supporre che l'amicizia, meno di due anni dopo, si sarebbe trasformata in dissenso e ostilità.

L'Ungheria in cui Anfuso e de Ferrariis giunsero agli inizi del 1942 era alleata delle potenze dell'Asse, aveva firmato il Patto Tripartito, combatteva in Russia e nei Balcani a fianco della Germania. Ma era ancora, per molti aspetti, un pezzo di Ancien Régime asburgico. Il capo dello Stato era un reggente, l'ammiraglio Miklós Horthy, che veniva dai ranghi della marina austroungarica. Il regime era autoritario, ma con tratti che lo rendevano alquanto differente dagli altri Stati della coalizione hitleriana.

Nei primi mesi del 1942 gli ungheresi cominciarono a temere che il loro Paese avesse scelto il campo sbagliato e che sarebbe finito dalla parte degli sconfitti. Si verificò così per certi aspetti una situazione simile a quella italiana dopo il 25 luglio 1943. Il 10 marzo del 1942 (de Ferrariis arrivò a Budapest sette giorni dopo) Horthy congedò il primo ministro filotedesco Ladislas Bar-dossy e chiamò alla guida del governo Miklós Kállay. Lo scopo che Kállay avrebbe dovuto perseguire era duplice: sganciare l'Ungheria dalla guerra, ma conservare un rapporto di amicizia con la Germania di Hitler. Nella fase conclusiva di questo limbo politico si consumò il dramma tutto italiano delle due Legazioni, una monarchica l'altra repubblicana, che rappresentarono l'Italia a Budapest fra il settembre 1943 e il marzo 1944. E’ questo il tema della prima metà del memoriale di de Ferrariis.

Per qualche settimana, dopo la costituzione del governo Badoglio, la Legazione rimase sospesa in una sorta di limbo. A Roma esistevano un governo, un ministro degli Esteri (Raffaele Guariglia) e una struttura burocratica che continuavano a comportarsi come se non fosse accaduto nulla. La crisi scoppiò nella rappresentanza quando la radio, nella tarda serata del 13 settembre, annunciò che Mussolini era stato liberato. Fu quello il momento in cui Anfuso e de Ferrariis presero strade diverse. Il primo disse di essere finalmente 'felice', il secondo sostenne che la notizia era 'una nuova e più grave sciagura per il Paese'. Sembra che Anfuso abbia inviato il suo famoso telegramma a Mussolini ('Duce, con voi sino alla morte') dopo un incontro con il ministro di Germania a Budapest. Da quel momento la Legazione si divise tra coloro che decisero di schierarsi con il capo della rappresentanza (un piccolo numero di funzionari) e coloro che invece, sotto la guida di De Ferrariis, vollero continuare a rappresentare il governo del Sud. Come accade spesso in queste circostanze l'amicizia si mutò bruscamente in duro contrasto. De Ferrariis colse un aspetto del carattere del suo avversario e constatò una 'carenza morale' che lo 'rendeva incapace di concepire un'Italia che sopravvivesse agli errori e alle rovine del regime'. Anfuso, nelle sue memorie, trattò il giovane collaboratore con giudizi sprezzanti e caustici.

Come tutte le storie complicate, anche quella dei rapporti fra le due Legazioni fu al tempo stesso tragica e grottesca: 'operazioni di commando' da una parte e dall'altra per il controllo dei beni italiani nel Paese, battaglie burocratiche, un continuo intreccio fra vicende politiche e vicende personali, screzi e ripicche. Ma la tensione e i tentativi di reciproca sopraffazione non impedirono che l'Italia avesse a Budapest, per sei mesi, due Legazioni. il 'merito' non fu nostro, naturalmente, ma dell'Ungheria. Benché imbarazzato da questa situazione pirandelliana, il governo ungherese trattò le due rappresentanze con eguale correttezza diplomatica. Adottò questa linea, naturalmente, perché essa fu l'applicazione pratica dell'equidistanza a cui desiderava ispirarsi per la sua politica estera. Se avesse rifiutato di avere rapporti con la Legazione di Anfuso e, dopo la sua partenza per Berlino, di Raffaele Casertano, i tedeschi ne avrebbero concluso che il tradimento ungherese era ormai consumato. Se avesse rifiutato di avere rapporti con la Legazione di De Ferrariis, avrebbe convinto gli alleati che i sondaggi e i tentativi di avvicinamento erano finzione e op-portunismo. Il trattamento riservato alla rappresentanza del governo di Badoglio fu un investimento per il futuro. Il 5 gennaio 1944 il ministro degli Esteri Jen Ghyzcy disse a de Ferrariis: 'L'Ungheria non prenderà mai l'iniziativa di rompere i rapporti diplomatici con il governo italiano. Un giorno potremo aver bisogno di voi: rendetevi conto della nostra situazione e aiutateci'.

Questa complicata acrobazia ebbe fine la notte del 19 marzo, quando de Ferrariis fu svegliato dalla telefonata con cui l'addetto militare, il generale Voli, gli comunicava che un drappello di soldati tedeschi aveva circondato la Legazione d'Italia. Una seconda telefonata aggiungeva che un gruppo di SS aveva 'aperto il cancello, traversato il giardino, varcato il portone della villa e stava salendo rapidamente le scale dell'edificio'. Le ultime parole di Voli furono: 'Si avvicinano a me con le armi in mano'.

Ciò che era accaduto nelle giornate precedenti è stato raccontato da Horthy nelle sue memorie. Nella tarda sera del 15 marzo il ministro tedesco a Budapest von Jagow chiese di essere ricevuto dal reggente e gli consegnò una lettera di Hitler con cui questi lo invitava perentoriamente a un incontro nel castello di Klessheim, a nord di Salisburgo. Nel colloquio che ebbe luogo la mattina del 18 marzo il Führer disse a Horthy di aver appreso che anche l'Ungheria, come l'Italia, si preparava a 'cambiare fronte' e che egli era costretto, di conseguenza, a prendere 'misure cautelari'. Il reggente rispose che non avrebbe mai chiesto un armistizio, se le circostanze lo avessero costretto a un tale passo, senza informarne precedentemente il governo tedesco. Ma la risposta non tranquillizzò Hitler e la conversazione si interruppe bruscamente.

La partenza di Horthy da Klessheim avvenne la sera del 18 marzo, ma il treno che riportava gli ungheresi in patria fu trattenuto per alcune ore a Salisburgo e a Linz. I tedeschi avevano cominciato l'occupazione dell'Ungheria e volevano concluderla prima che il reggente rientrasse nella capitale. Quando Horthy rimise piede nel suo palazzo, il più era fatto. De Ferrariis e qualche membro della Legazione 'badogliana' (gli altri verranno presi alla fine di marzo) erano stati arrestati nella tarda mattina del 19. Si ritrovarono insieme, prigionieri delle SS, nel sotterraneo della Società danubiana di navigazione, poi nelle celle della questura di Budapest e infine, quattro giorni dopo, sul treno che li trasportò verso il campo di concentramento di Kaisersteinbruck, in Austria. In maggio, con un gruppo divenuto lungo la strada sempre più piccolo, de Ferrariis fu rimpatriato, internato nel campo di Lumezzane presso Brescia, dove trovò i funzionari di altre rappresentanze diplomatiche, e finalmente, in residenza coatta, presso un istituto religioso di Cesano Boscone.

Dalla lettura di altri diari e documenti emerge che dietro queste peregrinazioni vi era probabilmente uno scontro, all'interno del nuovo regi-me fascista, fra coloro che avrebbero voluto trattare i 'badogliani' come traditori e coloro che erano piuttosto inclini a considerarli ?colleghi che hanno sbagliato?. Nel suo diario Luigi Bolla (uno dei funzionari di Salò) scrisse di essere intervenuto più volte a favore di de Ferrariis ('un galantuomo che ha creduto in piena buona fede di fare il suo dovere rimanendo fedele al re') e si attribuì il merito di aver ottenuto per lui l'internamento a Cesano Boscone.

De Ferrariis, comunque, non aspettò che i falchi e le colombe decidessero la sua sorte. Insieme ad altri due funzionari di Budapest (Giorgio Ciraolo e Attilio Perrone Capano) approfittò della semilibertà di Cesano Boscone per raggiungere Bologna nel momento (ottobre del 1944) in cui sembrava che gli alleati avrebbero occupato la città. Il piccolo gruppo dovette invece nascondersi per altri tre mesi e tentare infine la traversata dell'Appennino nei primi giorni del 1945. Ma se il memoriale diverrà presto un libro, come spero, credo che il lettore debba scoprire da solo le ultime vicende di questa piccola e tragica anabasi nel corso della quale un compagno di avventure perse la vita. Avrà il sentimento di camminare con Carlo de Ferrariis sulla strada della libertà.

 

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Corriere della Sera, 29 ottobre 2007, p. 27

 

INTERVENTI E REPLICHE

 

NELLA BUDAPEST OCCUPATA DAI TEDESCHI

 

Vorrei ringraziare Sergio Romano per avere, con l’articolo “8 settembre, due Italie a Budapest” (Corriere, 19 ottobre), ricostruito quanto accadde alla delegazione diplomatica italiana nella Budapest in mano ai nazisti del 1943-44. Grazie per avere in tal modo portato alla luce un pezzo di storia dimenticato dalla letteratura ufficiale. Vorrei tuttavia rilevare che le due Italie, le due legazioni, non possono essere viste con equidistanza. Se mio padre, Carlo de Ferrariis Salzano, avesse ignorato il vero volto del nazifascismo, già allora manifestatosi, se avesse seguito il suo capo Filippo Anfuso e non avesse, in condizioni disperate, ricostituito la legittima Regia Legazione d’Italia (per mantenere fede, come egli precisa, al giuramento fatto al re quando, vincendo il concorso diplomatico, entrò al ministero Esteri), se non avesse così aiutato centinaia di italiani, soprattutto militari, a rischio di deportazione ad Auschwitz, egli non sarebbe stato, il giorno stesso dell’invasione della capitale, trasferito dai nazisti nei campi di concentramento. La vita dei suoi familiari (mia madre con due bambine) non sarebbe stata anch’essa per oltre un anno appesa a un filo nella Budapest occupata dai tedeschi.

Capisco l’allergia per la storia scritta sempre e solo dai vincitori. Carlo de Ferrariis però il suo pezzo di storia l’ha scritto sulla sua pelle per la libertà di tutti noi. Credo sia giusto riconoscere che, come è stato detto, mio padre “ha salvato la dignità dell’Italia nelle tragiche circostanze in cui si è trovato a operare”.

Vorrei assicurare inoltre che, come da Sergio Romano auspicato, il diario sarà pubblicato prossimamente.

 

Fabrizia Pratesi de Ferrariis Salzano

 

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