Prefazione
Credo che ci troviamo oggi in Italia in
una fase di transizione, più culturale che politica. Qualcosa di simile sta
accadendo e può accadere in altri paesi europei ed in genere nel nostro
Occidente, ossia includendo in questa sfera oltre all'Europa le Americhe. Un
tempo dunque in cui la politica non sembra capace di prevenire e dominare o
assecondare quanto sta accadendo.
Le priorità culturali, l'invenzione e l'ammissione
del nuovo e magari il recupero dell'antico ci obbligano a farci testimoni
di quanto è accaduto e sta accadendo, non solo ma anche
ci invitano a partecipare al cambiamento anche se non sappiamo quali forme
finirà per assumere provvisoriamente o definitivamente.
In questa fase preliminare le testimonianze
individuali, quando riflettono situazioni subite, sofferte, accettate,
tentativi di cavalcare una realtà sfuggente, anche se troppo avanzate o troppo
tardive, sono indispensabili e doverose.
Il diario dell'ambasciatore Faiola risponde a questa
istanza in modo sincero e costruttivo, senza intrattenersi troppo nella narrazione
della propria vicenda personale, ma mettendo altresì in rilievo il punto di
vista dei colleghi e personaggi sui problemi d'oggi e i cambiamenti futuri e
producendo i pareri dei giornalisti più coinvolti nella decifrazione del
nostro tempo e delle sue svolte.
Il titolo del diario riprende, adattandolo, quello
di una famosa commedia americana, Arsenico e vecchi merletti, girata in film da Frank Capra nel 1944, durante la fase finale della Seconda Guerra Mondiale,
un modo indiretto di accentuare il fatale cambiamento nel modo di essere
occidentale allora in corso, donde l'assonanza con la nostra epoca, che rischia
di vedere le grandi decisive tendenze travisate e travolte da una futilità
invadente.
Appunto per difendere il lettore da questa futilità,
Paolo Faiola ha riunito su un'annata cruciale una documentazione abbondante e
precisa, che offre agli operatori politici i riferimenti e gli stimoli di cui
hanno bisogno. Senza nascondere le sue opinioni personali, affronta un tema
cruciale, il rimbalzo del cambiamento, della modernizzazione sulla diplomazia,
il dibattito sull'obsolescenza o sull'attualità della diplomazia, sul rischio di un intasamento di vecchi
merletti e vecchie feluche, ovvero sulla scelta di un ardito salto nella
modernità.
La verità è che è diventata più moderna o potenzialmente più moderna, più
disposta al cambiamento, la diplomazia anziché la politica estera. Quanti
uomini di governo, fino a non molti anni fa, assegnavano ai diplomatici una
funzione ausiliaria o meramente esecutiva, demandando le soluzioni possibili
agli incontri di vertice o a livello di governo. Quanti problemi
internazionali non sono stati risolti o attendono ancora una raffinata
impostazione diplomatica: basta menzionare i percorsi ingenui e staccati dalla
realtà delle Nazioni Unite, la gestione a suo tempo tragicamente ridicola della
crisi balcanica, l'assenza di una minima capacità progettuale nel caso del
Kosovo e della Bosnia, la perpetuazione del conflitto arabo-israeliano, che,
dopo aver superato il cinquantennio e date le poche idee sollevate in
proposito, rischia di diventare la guerra dei cent'anni, il caso dell'ingresso
della Turchia nell'Unione Europea, le difficoltà incontrate nel contenimento
dell'alluvione migratoria mediterranea, le avventure della Costituzione
Europea, il primato della Germania nella nuova fase europea, il posto della
Russia in Europa.
La povertà delle idee, che circolano su questi temi cruciali, può essere
controbattuta solo in base alle linee operative suggerite dalla diplomazia
professionale. Ed ecco l'esigenza di una diplomazia efficace su cui insiste
Faiola. La sua combattiva esperienza sindacale può
essere oggetto di critiche, ma non si può negare che sia stata ispirata da uno
sforzo per giungere ad un inquadramento positivo ed efficiente del servizio
diplomatico. La documentazione raccolta con ritagli stampa scelti solo
apparentemente in base al contenuto critico, offre un'idea delle scosse che
ultimamente ha subìto e subisce il sistema internazionale, ma nel con tempo prospetta
una linea di fondo da tradurre in un aggiornamento efficace delle nostre scelte
e dei criteri operativi.
Il Diario, che rivela un anno tutt'altro che
«inutile», ma intenso, operoso, propositivo, attribuisce la dovuta importanza
ad uno dei cambiamenti più discussi di quest'ultimo periodo, il giudizio
sull'età fascista italiana e sulle sue conseguenze. Non c'è dubbio che non ci
sono più tracce psicologiche di quella posizione postarmistiziale che costringeva
l'Italia ad inchinarsi davanti alle potenze vincitrici per aver perduto la
guerra e alla grande potenza perdente, la Germania, per averla piantata in
asso. Ma questa tematica entra nel repertorio di Paolo Faiola, che percepisce
la volontà del paese di rimuovere le falsificazioni che predominano in una
parte della nostra storiografia, ispirata ad una ideologia che si è suicidata, ma getta ancora un'ombra sul riassetto dell'Europa e
con i suoi sospetti non ci prepara ancora ad un esame obiettivo della posizione
che la Germania assumerà in Europa dopo il raffreddamento dei rapporti con la
Francia.
La trama offerta da Faiola non si limita alle sue instancabili battaglie
per la modernizzazione della Farnesina, ma non trascura il compito da lui
svolto in uno dei fronti, i paesi latino-americani, ormai lasciati più
sguarniti da una società civile italiana affascinata dal caos africano e dal
mistero asiatico e da una stampa sensibile solo al folklore. Faiola, come
segretario generale dell'llLA, sottolinea le accoglienze avute nei paesi
latino-americani dalle nostre collettività, più che mai legate alla
madrepatria.
Ed infine un'ultima osservazione: generalmente i diplomatici italiani, quando scrivono, preferiscono ricordare le
missioni all'estero, evitando di toccare i periodi
meno interessanti trascorsi a Roma per un'eccessiva delicatezza. Paolo Faiola
si muove con coraggio e conoscenza di causa in quello che sembra un reticolo
interno più completo ma più pericoloso, ma certamente compatibile con ipotesi
costruttive e soprattutto, se opportunamente guidato, in grado di affrontare il
cambiamento dei tempi.
Roma, ottobre 2006
LUDOVICO INCISA DI CAMERANA
IL FOGLIO, sabato 5 gennaio 2007
Paolo Faiola, ARSENICO E VECCHIE FELUCHE
Edimond, 426 pp., euro 24
Simpatica la citazione di una frase
tratta da un libro di F. A. Giménez Arnan (Memoria de Memorias): ‘E’ l’unica
carriera nella quale Lei vivrà come se fosse ricco, senza esserlo’. Ne ho fatto
esperienza personale, e in effetti è una curiosa sensazione”. E’ forse una
battuta chiave del diario dell’ultimo anno di servizio di Paolo Faiola, che
dopo essere entrato nella carriera diplomatica ventottenne nel 1967 fu via via
a Innsbruck, Lima, Lisbona, Tunisi, Praga, Berlino e di nuovo a Praga, per
terminare infine come Segretario Generale dell’Istituto Latino-Americano, e
andare in pensione col titolo prestigioso di Ambasciatore di rango. Nel
contempo fu un personaggio noto per la sua vis polemica e la sua fede politica
di destra, leader di un battagliero sindacato che si batteva per tutelare la
professionalità della diplomazia italiana contro la deriva sessantottina. E
alcune delle pagine più spassose sono infatti dedicate ai “serpentoni”: cortei
di dipendenti della carriera di concetto che, inquadrati dai sindacati di
sinistra, negli anni Settanta sfilavano nei corridoi del Ministero a chiedere
la promozione al rango direttivo a suon di pedate sulle porte. Inopinata
Madeleine, la notizia della nomina di uno di tali antichi “calciatori di porte”
all’ambasciata di un Paese centroamericano. Faiola riuscì però a restare, per
generale attestazione, una rara figura di “diplomatico italiano filo-italiano”.
Uno che teneva ben viva la lealtà al governo legittimo di turno prima delle
passioni ideologiche, e la percezione dell’interesse nazionale al di sopra di
tutto. Per lui, la destra al governo avrebbe dovuto rappresentare il ritorno a
tali valori, piuttosto che promuovere i “calciatori di porte” e poi naufragare
tra insipienza, salotti e veline. Tanto maggiore è appunto la delusione
registrata in questo “Diario di un anno inutile”: fulminante Zibaldone che tra
battute, confessioni, appunti di viaggio, letture, annotazioni dal dibattito
nazionale accompagna appunto un malinconico addio alla carriera, al governo di
centrodestra, alle illusioni di gioventù e, purtroppo, anche alla vita. A soli
due mesi dalla pensione, infatti, Faiola è morto, di leucemia fulminante.
Trasformando questo libro postumo in uno straordinario testamento umano. (Maurizio Stefanini)