L’Espresso, 17 marzo 2006, p. 71
SCONSOLATI D’ITALIA
Rappresentanze a rischio per mancanza di fondi. Proteste e gaffe
all’Onu per i tagli. Ma per gli uffici degli amici la generosità impera
di Gigi Riva
Fine della diplomazia? Da giorni il postino della Farnesina consegna
cattive notizie al ministro Gianfranco Fini. Arrivano, praticamente da ogni
dove, gli allarmi disperati delle nostre feluche che fissano, più o meno tutte,
una data oltre la quale non sarà più possibile garantire il normale funzionamento
dell'ufficio: giugno. La minaccia ricorrente è quella di chiudere i consolati.
Lo ha fatto, ad esempio, Antonio Puri Purini, ambasciatore a Berlino, già
consigliere diplomatico di Ciampi. In quella data, in Germania, ci saranno i
mondiali di calcio, con conseguente presenza massiccia di italiani e l'ovvia
necessità di garantire loro assistenza. Gli effetti dei tagli per 200 milioni
di euro nel bilancio degli Esteri previsto dalla Finanziaria 2006 mettono in
ginocchio tutta la nostra rete. Il sindacato Sndmae punta l'indice proprio
contro Fini che non si sarebbe battuto per impedire la sostanziale paralisi. Il
coordinamento nazionale di Cgil, Cisl e Uil del ministero rincara. «Si rischia
il blocco totale. E’ mortificante continuare a tenere aperte sedi
in cui il personale, ambasciatore compreso, ha gravi difficoltà ad assolvere
funzioni istituzionali a causa dell'impossibilità di far fronte a spese
correnti come elettricità, telefono, collegamenti informatici e pulizia». In
sedi del nord Europa i funzionari lavorano col cappotto. In Nigeria è crollato
il tetto dell'edificio che ospita la nostra rappresentanza e il portafogli è
vuoto. In Medio Oriente, e in pieno caos-vignette, ci si è trovati costretti a
disdire i servizi di sorveglianza e mancano i soldi per acquistare almeno un
metal detector. Il fondo per la sicurezza, denunciano i sindacati, «è sceso da
10 a 5,9 milioni, con una contrazione del 40 per cento in un momento in cui è
irragionevole pensare che siano diminuite le ragioni di ostilità verso il nostro
Paese». Ancora: nove istituti di cultura nel mondo (10 per cento del totale),
saranno soppressi. Fine della Diplomazia, con la maiuscola? Di certo è finita
la diplomazia, con la minuscola. Basta leggere la lettera inviata dal nostro
rappresentante all'Onu, Marcello Spatafora, dopo la delibera (congelata dopo le
polemiche) che ha azzerato i contributi volontari dell'Italia ad alcune tra le
maggiori Agenzie delle Nazioni Unite come l'Organizzazione mondiale della
sanità, il Fondo per l'infanzia, l’Alto commissariato per i rifugiati, il
Programma per lo sviluppo, il Fondo alimentare, l'Unesco. Spatafora lamenta di
non essere stato non solo consultato, ma nemmeno informato: «Mi sono trovato
spiazzato e privo di elementi con cui poter arginare la marea montante di
incredulità, irritazione e sferzante ironia, con una credibilità del Paese in
caduta libera». L'ambasciatore rileva come la decisione non abbia precedenti e
la percezione a New York è che si debba a una scelta di ordine politico. «E’ a
siffatta percezione», scrive, «che occorre immediatamente reagire prima che
essa continui e diffondersi e radicarsi nella membership, con ricadute
devastanti per la nostra posizione e la nostra credibilità».
Il diplomatico avvisa che, «per limitare i devastanti danni che
ci stiamo procurando con le nostre stesse mani», ha creduto opportuno di negare
gli azzeramenti sostenendo che si è semplicemente "deciso di non
decidere». Invano. Gli hanno mostrato una mail dalla quale risulta che la
Farnesina aveva confermato il tutto e lo hanno invitato a controllare con Roma
le sue informazioni. Immaginarsi lo smacco. In seguito al quale Spatafora,
agguerrito, denuncia «tre gravi errori di strategia commessi». Primo: il
tenerlo all’oscuro delle intenzioni. Secondo: non aver concordato con lui il
linguaggio «verso l'esterno» per spiegare la decisione. Terzo: aver tolta
credibilità alla nostra rappresentanza e alla sua azione di «controllo dei
danni». «In conclusione, una vicenda sconfortante sotto ogni profilo». A
Spatafora risponde Paolo Pucci di Menischi, segretario generale del Ministero:
«Il problema è stato già posto all'attenzione del ministro, il quale ha
disposto l'immediato avvio di una riflessione (...) e ha chiesto la sospensione
della delibera del Comitato direzionale. Si osserva peraltro che il disagio di
cui la S.V. si è fatta interprete non può non essere condiviso
dall'Amministrazione, mentre giovano a poco toni concitati e deplorazioni di
obiettive carenze di disponibilità finanziarie». Vedremo a quali correttivi
porterà la «riflessione». Per fine marzo è annunciata una nuova riunione del
Direzionale in cui si cercherà di mettere una pezza. Di sicuro resta il grave
danno già provocato e che ha prodotto anche un'educata, ma ferma lettera del
segretario dell'Onu Kofi Annan. Il caso dei contributi volontari si somma ad
altri in cui l’Italia non ha mantenuto le promesse. Berlusconi si fece bello al
G8 di Genova (2001) per aver aumentato i contributi alla lotta contro l'Aids
ma, rispetto agli impegni presi, siamo sotto di 20 milioni di euro per il 2005
e mancano le coperture per altri 130 per il biennio 2006-2007.
Sono tempi di magra, si dirà: per la promozione dei prodotti italiani
in Cina, ad esempio, è stata stanziata la sensazionale cifra di 3 mila euro,
idem per il Canada, mentre il consolato generale di New York si deve
accontentare di 2 mila euro. Ma non per tutti. Così stonano alcune altre
decisioni in controtendenza. Nel bilancio della Farnesina, ad esempio, è
quadruplicato il budget a disposizione di Giuseppe Deodato, potente direttore
generale per la Cooperazione allo sviluppo, considerato in quota An. I lavori
al quarto piano dei suoi uffici, da poco ultimati, hanno trasformato i locali
in una sontuosa residenza: marmi, cuoio pregiato, mobili prestigiosi. Almeno lì
l'immagine è salva a un prezzo di 6 milioni di euro. Questo il costo finale tra
ristrutturazione (3 milioni 353.083 euro), apparecchiature informatiche
(1.152.000), attrezzature per una sala grafica (819.749), direzione lavori (278
mila) e direzione artistica (41.771).
Scorrendo l'ormai famosa delibera congelata si incappa in altre
incongruenze interessanti. Due milioni e mezzo di euro per l'Itpo (Investment
and technology promotion office), costola dell'Unido (United nations industrial
development organization), con sede a Roma e di cui è direttore Diana
Battaggia. Chi è Diana Battaggia? Originaria di Mogliano Veneto, a soli 28
anni, nel 1994, fu eletta deputato della Lega. Ora è la moglie del ministro
della Funzione pubblica Mario Baccini (Udc), il quale in precedenza è stato
sottosegretario agli Esteri, con delega per il Sudamerica e per le
Organizzazioni internazionali. Fu proprio in quel periodo (ottobre 2003),
guarda caso, che l'Italia generosamente elargì all'Unido di cui era direttore
l'argentino Carlos Magarinos 3,3 milioni di euro così ripartiti: 2 milioni per
assistere le piccole e medie imprese di export in Argentina, un milione per lo
stesso progetto in Uruguay e 300 mila per l'apertura dell'ufficio Unido a Roma
dove la sede fu trasferita da Bologna. Fu certo per pura coincidenza che,
contestualmente, la Battaggia fu nominata direttrice, nonostante un controverso
precedente con l'Onu, con tanto di causa, quando era stata all'Unctad. Si può
disquisire sull’opportunità di portare nella capitale la sede di un organismo
che si occupa di piccola e media impresa e che, da Bologna, aveva benissimo
operato trovando terreno fertile e aprendo quattro uffici in altrettanti paesi
nordafricani, ma non è questo il punto. Il nuovo corso ha determinato una
soluzione di continuità con il passato: quasi tutti gli ex dipendenti si sono
allontanati lasciando campo libero a nuove assunzioni alcune delle quali
davvero stravaganti. La struttura amministrativa è stata ampliata da due a sei
persone per far posto, tra l'altro, ad Elena Sera, già babysitter della
Battaggia, e a Massimo Tibaldeschi nipote di un uomo di fiducia di Baccini.
Inoltre l'ex consigliere di Baccini, Luca Simoni, è stato nominato
vicepresidente del Comitato esecutivo dell'Iila (Istituto italo latino americano),
nonché delegato per l'Italia dello stesso organismo che ha ottenuto, nella
famosa delibera congelata, un fondo di 5 milioni di euro, trasformandosi di
fatto in un'Agenzia di Cooperazione quando la sua vocazione è quella di essere
un Istituto di cooperazione culturale e scientifica.
C'è una società, infine, che non si può proprio lamentare per come è
stata trattata dalla Cooperazione ed è la Img (International management group)
che con l'Onu non ha nulla a che spartire. Ha avuto 8 dei 52 milioni erogati
più altri 20 per ristrutturare un ospedale a Tirana. Chi ha potuto leggere la
nota tecnica che accompagna l'elargizione dei fondi è rabbrividito: nulla è
detto circa lo stato attuale dell'ospedale; per la messa in opera si adotta la
procedura della Img stessa e non di chi fornisce i quattrini; uno dei compiti
assegnati al ricevente è proprio la stima dei costi. Ma se non c'è una stima
come mai si determinano già i 20 milioni? Misteri. Nonostante
l'internazionalità evocata dal nome, nei luoghi chiave dell'Img si trovano solo
italiani. A partire dal direttore generale Aldo Bicciato. L’ufficio di Roma è
diretto da Laura Fincato. I referenti dei progetti in diversi Paesi sono
pressoché tutti italiani. Alcuni noti come Barbara Contini, candidata del Polo,
referente per il Sudan. Altri noti solo in certi ambienti come Sergio Mura, ex
uomo del Sismi, operativo in Somalia. Insomma, non ci sono soldi per rifugiati,
bambini, sanità. Ma per gli amici qualcosa si rimedia sempre.