“Il Messaggero”, 19 novembre 2002, p. 12

 

Farnesina, servono riforme all’insegna del rinnovamento

Il neoministro alla prova dei “diplosauri”

 

di Marco Berti

 

ROMA – Al Ministero degli Esteri li chiamano “diplosauri” (o “farnesauri”). Sono quelle persone, da tempo saldamente arroccate nelle strutture ministeriali, che tendono a rallentare il processo di rinnovamento della Farnesina per timore di perdere quelli che i sindacati interni chiamano “i loro micropoteri”.

E il rinnovamento, la semplificazione delle procedure, la razionalizzazione dell’esistente, l’investimento nei giovani e la necessità di reperire nuove risorse per far funzionare quella gran macchina che è il Ministero degli Esteri, immagine dell’Italia nel mondo, sono i problemi che il neo-capo della diplomazia italiana, Franco Frattini, troverà sulla sua strada, al di là dei grandi temi di politica estera quali l’allargamento Ue, la Nato, la crisi in Medio Oriente e l’Iraq. Spiegano alla Farnesina: se non si risolve prima tutto questo, sarà ben difficile affrontare nel modo dovuto il crescere degli impegni internazionali.

“Una cosa vogliamo sottolineare – dicono ancora alla Farnesina – la disponibilità e l’entusiasmo con cui siamo pronti a seguire il ministro Frattini sulla strada del rinnovamento”. In molti ripongono speranze nel nuovo ministro. “Viene dalla Funzione pubblica – spiegano – ha fatto della semplificazione delle procedure la sua battaglia e tutto questo non può che far bene anche a noi”.

Entusiasmo e disponibilità non bastano però a far funzionare una macchina che ha 6.800 dipendenti, 1.080 dei quali con funzioni di contabilità e 510 capitoli di bilancio a camere stagne. Chi snocciola queste cifre è Enrico De Agostini, presidente del Sndmae, il sindacato che raccoglie più dei due terzi dei diplomatici italiani (circa 650 su 900).

"Esiste una obiettiva situazione di sofferenza" spiega De Agostini. E aggiunge: "Il Ministero degli Esteri da più di un decennio vede assottigliarsi le risorse di fronte al crescere degli impegni internazionali. Basti pensare che nel 1985 a noi andava lo 0,57% del bilancio statale, nel 2001 lo 0,27". Come dire, le nozze con i fichi secchi non si possono proprio fare.

         Un rapporto con altri Paesi pescati fra i "grandi"? Il Canada destina agli Esteri il 2,23% del bilancio, la Francia l’1,24, gli USA l’1,02 e il Giappone lo 0,40. L'Italia, con lo 0,27 è il fanalino di coda. Non basta, ecco altre cifre. Nelle sedi diplomatiche e consolari l'Italia ha una media di 15/16 persone impiegate, la Gran Bretagna 42, la Francia 45, il Canada 67 e gli Stati Uniti, che fanno la parte del leone, 120.

         "Come è possibile - si chiede De Agostini - portare avanti con questi numeri e di fronte a simili concorrenti il progetto di Berlusconi sulla promozione del made in Italy e sulla nostra immagine nel mondo?". "Le procedure contabili? Sono semplicemente kafkiane", insiste il Presidente del SNDMAE. "Pensi - continua - che se dobbiamo far riparare un computer in una sede all'estero dobbiamo richiedere, per lettera, soldi e autorizzazione a Roma… Abbiamo regole che risalgono al 1923, abbiamo 510 capitoli di bilancio e i soldi non possono passare da un capitolo all'altro".

"Un altro esempio? Berlusconi alla Conferenza degli Ambasciatori aveva dato un appuntamento e una disposizione: ci rivediamo a novembre, ma intanto semplificate i bilanci delle sedi all'estero. Qualcuno si è messo al lavoro incontrando da una parte la resistenza dei "diplosauri" e dall'altra i "no" del Ministero del Tesoro. Insomma, Berlusconi ha dato un input, ma Tremonti se ne frega. E tutto è rimasto come prima".

C’è anche un problema di “sclerotizzazione”, come dice De Agostini, delle carriere: “Le prospettive economiche e di carriera dei giovani diplomatici, di coloro cioè che dovrebbero rappresentare la linfa vitale della Farnesina, sono peggiorate. Un esempio? Si è pagati molto meno che nel privato o in altre carriere dello Stato e poi prima di 55 anni non si diventa ambasciatori: pensi che l’ambasciatore britannico al Cairo ha 42 anni”. E anche qui i “diplosauri”, o “farnesauri”, fanno la loro parte.

 

        

 

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