Il Foglio, venerdì 24 marzo 2006, pag. 4
Il console italiano che salvò 300
desaparecidos racconta quel 24 marzo
Roma. La città era quella di sempre. "A
Buenos Aires non ci sono stati carri armati, non ci sono stati bombardamenti,
non ci sono stati combattimenti. Si parlava con le ambasciate, soltanto così
capivamo che si stava scatenando una caccia all'uomo". Tutto accadeva di
notte. Camion e macchine senza targa. "I giovani venivano portati via a
forza della loro case". Le famiglie venivano tranquillizzate.
"Pensavano che sarebbero stati rilasciati". Arrivavano in consolato.
Dovevano cercare scampo. Volevano salvarsi. Il 24 marzo del 1976 il console
Enrico Calamai era nel suo ufficio di calle Marcelo De Alvear. Tutto sembrava
normale, nelle celle i desaparecidos aumentavano. Jorge Videla si era ribellato
a Isabelita Peron prendendo il potere con un colpo di stato. Iniziò la dittatura,
trent'anni fa.
I dissidenti non dovevano semplicemente esistere. In sette anni 30 mila
persone vennero uccise o furono fatte scomparire in uno di 360 centri di
tortura argentini. Il Rio de la Plata depositava ormai regolarmente cadaveri
sulla costa dell'Uruguay. I corpi erano gonfi, tra i morsi dei pesci c'erano
ancora i segni della tortura. Enrico Calamai ha salvato almeno 300 argentini.
Li riceveva, segnalava i loro nomi, forniva i documenti, li accompagnava
all'aeroporto. Li salvava. Trent'anni dopo il Perlasca italiano, uno dei
protagonisti del cortometraggio la Corsa di Miguel realizzato da Valerio
Piccioni e Marco Andreini, autore del libro "Niente asilo politico",
racconta al Foglio: "Tutto sembrava normale. Incredibile. Sembrava
impossibile. L'inganno e l'autoinganno funzionavano perfettamente. Sembrava che
non stesse succedendo nulla. Ci sono troppe persone che cercano di dimenticare
quegli anni. E' stato uno sterminio. Hanno utilizzato le tecniche dello
sterminio nazista".
Tre anni prima Enrico Calamai era stato in Cile, nell'ambasciata
italiana senza ambasciatore. C'erano 412 italiani rifugiati in ambasciata.
Enrico aveva 28 anni quando Pinochet arrivò alla Moneda. I 412 italiani
rimasero chiusi lì in ambasciata fino a che non arrivò un telegramma di Aldo
Moro. Potevano andare in Italia. "A Buenos Aires non ci sono stati
bombardamenti. I militari argentini avevano capito la lezione del Cile. Le
prove andavano eliminate. Semplicemente non dovevano esistere, non dovevano
esserci informazioni, immagini, parole. Nomi, soprattutto i nomi. Volevano
ottenere pace sociale, la prosperità duratura che poteva arrivare soltanto con
l'eliminazione dei sovversivi. Stavamo combattendo una guerra, in guerra gli
errori possono arrivare". Ma in città era tutto normale. "Non
succedeva nulla. Per me era evidente che con un golpe militare ci fosse anche
violenza". Hernan era scappato dall'Argentina qualche mese dopo, ora è in
Italia. "Non c'era più la possibilità di vivere tranquilli". E' a
Roma da trent'anni. Racconta al Foglio: "La regia degli squadroni era
chiara: dovevano far fronte alla guerriglia con tecniche proprie della
malavita. Era una malavita annidiata nello stato e che poteva contare sui mezzi
degli apparati di sicurezza. I cadaveri torturati di sindacalisti e militanti
di sinistra venivano trovati ogni giorno lungo le strade di periferia, in
campagna. Gli attentati si moltiplicavano. Ma la guerriglia non trovava spazio
sui giornali".
Torturatori all'opera giorno e notte.
Nei sotterranei i torturatori erano all'opera giorno e notte. Calamai
ricorda le torture: "Arti amputati con le seghe, topi nella vagina, canne
di mitra nell'ano, ossa rotte, false esecuzioni con pistole puntate alla
tempia". Dicevano: "Te vamos a hacer la Boleta". Sparavano a
vuoto, ma non sempre la pistola si allontanava dalla testa. "Nel primo
registro il sequestrato figurava in entrata con il suo nome, in uscita con un
numero progressivo che sarà poi l'unico a figurare in entrata nel secondo luogo
di detenzione. Il sequestrato non ha più identità". Maria, ricorda,
Calamai, aveva aspettato per ore. Aspettava con altri prigionieri. Viene
spogliata, picchiata e stuprata. Le tolgono la benda. C'era il suo ragazzo
legato che veniva costretto a guardare. Iniziano a torturarlo. Urlano, ma non
li sentiva nessuno. Anche Eugenio Echavarria era stato torturato. Racconta al
Foglio: "Il 24 marzo era l'ultima data per cambiare le cose". Suo
nonno era sopravvissuto all'Olocausto. Eugenio ricorda i numeri tatuati sul
braccio. Gli aveva regalato un anello. Il suo portafortuna. A maggio arrivarono
a casa di notte. "La polizia aveva il passamontagna. Dormivo con la mia
bambina e la mia compagna. Hanno cominciato a picchiarmi. L'anello era
sopravvissuto all'Olocausto. Lo sfilano, un colpo secco. Riesce a scappare.
Convince i suoi rapitori di essere un comunista, di essere intoccabile. Tobjas
Gramhio sapeva che lo avrebbero ricercato. Lo sapeva lui, ma lo sapeva anche il
suo vicino di casa. Arriva la polizia, Tobjas aveva due anni, mi ha lanciato
dietro il giardino di casa. Lì c'erano degli operai. "In quegli anni
venivano portati via per andare in adozione ai militari ". Antonio si è salvato
grazie a Calamai. Era stato arrestato, desaparecido. Fu picchiato, bendato,
sequestrato. Poi liberato. Ma continuarono a cercarlo. "Mi mascheravo da
militare, baffetti, pettinatura corta, poi andai da Enrico. Mi ha organizzato
il viaggio. Stavo fuori il consolato. Mi ha messo in aereo per andare in
Uruguay, arrivai in Italia con la nave Cristoforo Colombo". I suoi compagni
non sono mai stati trovati.
Claudio Cerasa