Nel momento in cui, a Palazzo Chigi, la commissione Bassanini decide quale
destino riservare alle scuole autonome di formazione, ISDI incluso,
abbiamo pensato di segnalarvi un articolo scritto quarant'anni fa. Oltre a
conservare intatta la sua intonazione ironica, il pezzo rimane attuale nel suo
monito a lasciar perdere tutti gli insegnamenti nozionistici che
hanno poco a che fare con la realtà operativa del momento. L'articolo di Pietro
Gerbore ci offre infatti lo spunto per ribadire delle cose ovvie ma che non
sembrano così scontate nella prassi del Ministero affari esteri e, di riflesso, del
suo Istituto Diplomatico.
In particolare, risulta ovvio che bisogna formare i diplomatici
per svolgere con competenza e sicurezza gli incarichi connessi ai gravi e urgenti
problemi posti dall'attuale realtà internazionale. Proprio per questo va
riconosciuto che la nostra attuale formazione - e selezione - sia per
molti aspetti inadeguata rispetto alla realtà di oggi. Dovremmo finalmente
ammettere che le conferenze accademiche sulla storia delle relazioni
internazionali dal Congresso di Vienna in poi non servono un granché
all'aggiornamento professionale di chi deve essere già operativo. Dovremmo
invece ricordare che oggi si impone invece la tenuta di seminari
(anche brevi) su materie tecniche, come la cooperazione, il commercio estero,
le materie giuridiche e consolari, quelle gestionali e di bilancio, e
così via. Ma il messaggio da mandare a quanti stanno per mettere le mani
sull'Istituto Diplomatico con intenzioni riformatrici è che questi
stessi seminari di taglio operativo, da soli sarebbero comunque insufficienti.
A titolo di esempio, i funzionari delle agenzie internazionali e
nazionali che si occupano di cooperazione sul campo sono specialisti che
continuano a frequentare corsi su corsi di aggiornamento sulle loro
materie. Per contro, un diplomatico che si è laureato in economia dello
sviluppo (specializzazione di economia politica), dotato poi di master in
sviluppo e che una volta in carriera ha accumulato vari anni di esperienza
di cooperazione sul campo, oggi si rende conto che non riesce a stare al passo
dei tempi, perché non ha potuto aggiornarsi, per il solo fatto di
essere fuori dal giro anche solo se da pochi anni. Si rende conto che non
ha tempo di approfondire le cose, nonostante il suo impegno quotidiano sia
dedicato alla gestione di interventi di cooperazione in tutta la loro gamma di
varietà. Il suo lavoro in un'Ambasciata (o al Ministero) assorbe
completamente il suo tempo.
Questi sono problemi seri e reali su quali occorre una riflessione
seria e concreta. Che comprenda il calcolo delle conseguenze che ogni
intervento di riforma dell'Istituto diplomatico sia in grado di
comportare. Per il momento concediamoci una pausa di riflessione leggendoci l'articolo
che l'ambasciatore Gerbore pubblicò nel 1967. [E.G.]
***
“Roma”, 8 agosto 1967
COME PREPARARE IL DIPLOMATICO DI OGGI
Suggerimenti per un istituto di diplomazia
di Pietro Gerbore*
Anche la repubblica italiana avrà un istituto diplomatico. E’ questa la
conseguenza logica e inevitabile dei rivolgimenti sociali e politici
dell’ultimo ventennio. Quello che prima s’imparava in famiglia, adesso, in uno
stato democratizzato, bisogna impararlo in una scuola professionale. Furono i
bolscevichi a fondare il primo istituto per diplomatici proletari e Meyer
Wallach detto Litvinov ebbe grande parte nella strutturazione di esso. Gromyko
ne è il migliore prodotto. Poco a poco tutti i Paesi hanno imitato l’esempio e la Svezia lo ha condotto sino agli estremi, istituendo una scuola anche per le mogli dei
diplomatici, dopo che (così si è letto nella stampa) si erano fatte spiacevoli
esperienze.
Quali saranno le materie di insegnamento nell’istituto diplomatico
della repubblica italiana?
Io mi auguro che si eviti la ripetizione di corsi già inclusi nei
programmi delle Facoltà di Scienze Politiche e di materie che fanno parte
dell’esame di concorso. La storia diplomatica, l’economia politica o il diritto
internazionale sono discipline le quali rientrano nella categoria, che don
Gennaro Galliano, mio venerato professore di matematica nel Liceo Genovesi a
Piazza Trinità Maggiore, denominava: Hic trasit huc escit. L’uomo
normale le impara per superare un esame e subito le dimentica.
In un quarto di secolo di carriera diplomatica
io ho incontrato soltanto tre ambasciatori i quali avrebbero saputo enunciare
senza sforzo o esitazione le clausole più importanti della Pace di Vestfalia:
Vittorio Cerruti, Carlo Galli e Ulrich von Hassell. Il conte de Saint-Aulaire,
che fu ambasciatore a Londra, racconta nelle memorie come all’esame di concorso
fosse stato interrogato sulla campagna del Messico durante il regno di
Napoleone III. “Ne ignoravo quasi tutto e mi trassi d’impaccio con delle
considerazioni molto generali che mi valsero la particolare benevolenza
dell’esaminatore. Lo udii dire al suo vicino: - E’ molto più importante per un
diplomatico poter eludere una domanda indiscreta e parlare senza dire nulla che
recitare senza errore una pagina di manuale”.
La stessa cosa dicasi della geografia. La
maggior parte dei geografi sono uomini sedentari (come Eliseo Reclus il quale
mai uscì da Parigi) e propagano infiniti errori. Lo stesso Saint-Aulaire narra
che l’esaminatore di quella materia gli chiese “quali fossero i Paesi che fanno
il più grande consumo di baccalà”, alla quale domanda egli non seppe che cosa
rispondere. “Sappiate, signore, - ribatté l’esaminatore - , che sono i Paesi
dell’America Latina, perché i più rigorosi nella osservanza dei digiuni e dei
magri prescritti dalla Chiesa”. Nominato a Valparaiso, il Saint-Aulaire poté
constatare che non era affatto vero.
Quali dovrebbero essere dunque le materie d’insegnamento nell’istituto
diplomatico d’una repubblica fondata sul lavoro?
In primissimo luogo – la tecnica del consorzio umano in una sfera
malgrado tutto rappresentativa. La legge del grande numero, che ha elevato gli
stati sovrani da 52 nel 1914 a 135 nel 1967 e il totale degli ambasciatori in
giro da un centinaio a parecchie migliaia, influisce anche sulle modalità di quel
consorzio. Prevale il ricevimento di massa, detto cocktail party.
Un giornale di Amburgo ne ha voluto calcolare gli effetti pratici.
Supponendo che i 600 diplomatici di grado superiore, presenti a Bonn, diano un cocktail
party all’anno e che gli indigeni ne ricambino 400, si ha un totale di
mille e una media quotidiana di tre. Un redattore ha interrogato un diplomatico
straniero, il quale gli ha confidato che nel corso di un anno in simili
occasioni egli apprese 11 notizie importanti, di cui 4 si rivelarono false,
condusse 20 conversazioni politiche, di cui la metà fu disturbata da terzi,
annodò tre flirts senza interesse professionale. Nel resto del tempo
egli parlò di problemi domestici o dell’atmosfera. Per quanto inutile, questa
modalità del consorzio umano è entrata nei riti diplomatici e il neofita,
appena uscito dalla res angusta domi, deve essere accuratamente
preparato ad affrontare delicati problemi.
In primo luogo, il buffet. Al tempo in cui
il francese era la lingua diplomatica, oltre all’aranciata, un buffet
diplomatico offriva soltanto champagne: bevanda amabilissima, prodotto di una
civiltà assai progredita, che titilla le meningi, rende l’uomo spiritoso senza
mai abolirne i freni inibitori. L’egemonia degli Stati Uniti ha introdotto le bevande
distillate da cereali e combinate in mescolanze diverse; il riguardo dovuto al
Cremlino ha aggiunto la vodka.
Oggi, un buffet diplomatico rassomiglia a quelli che nel 1900 erano i
bars di Montmartre. Liquidi fabbricati in climi nordici per stomatici irrobustiti
da abitudini ataviche, ma problematici assai per un neofita venuto dalla
Basilicata o dalla Sicilia meridionale, scorrono a fiumi nei cocktails
parties. Gromyko ha creato il modello del diplomatico astemio, che da
vent’anni nessuno mai vede con un bicchiere in mano.
Tuttavia non è Gromyko il Costantino Nigra della diplomazia moderna e
soltanto la Russia si può concedere un rappresentante di quella specie. Il
diplomatico medio deve saper usare con discernimento delle pericolose bevande
se vuole guadagnare la stima delle potenze egemoniche. Al ritorno da Mosca il
Cancelliere Adenauer ricordava con orrore le quantità di vodke colà trangugiate
per amor di patria e di tutto il suo seguito quello che aveva riportato il
maggiore successo era Carlos Schmidt, il quale aveva battuto Krusciov per la
capacità d’ingurgitare quel liquido.
Le cronache diplomatiche ricordano uno storico duello in cui un
ambasciatore d’Italia, d’origine anglosassone, aveva avuto la meglio di Mikojan
su quel terreno. Orbene il nuovo istituto diplomatico deve educare quel
discernimento e quella capacità nelle giovani reclute. Un’aula pertanto
dovrebbe essere destinata a bar, e lì un barman di grande classe dovrebbe
consigliare gli alunni, sorvegliare gli effetti dei liquidi sul loro organismo,
formare il loro gusto e il giudizio critico. Per quella cattedra propongo il
mio amico Trento, illustrazione di Doney in Via Tornabuoni a Firenze, profondo
conoscitore dell’uomo e della società.
In secondo luogo – la conversazione di quel tipo che gli inglesi dicono small talk – futile ma non idiota, sapida ma non pedante. Quest’arte
politica non si apprende a scuola e in generale sono gli ultimi della classe
che più brillano in essa. E’ dunque compito dell’istituto diplomatico di
allenare tempestivamente il neofita allo small talk. A tale uopo
consiglio i periodici cocktails parties sperimentali, in miniatura, che
riuniscano tutte le varietà sociali presenti a quelli grandi: artiste di
cinematografo, giornalisti, registi, segretari di partito, ruffiani politici et
coetera.
Non meno importante della tecnica del consorzio umano è la Voelkerpsychologie, cioè la conoscenza della individualità psicologica, dei gradi di
sviluppo e del comportamento di ogni unità etnica. Nessuna facoltà di scienze
politiche la insegna. E’ vero che una delle caratteristiche della diplomazia
moderna è il ghetto. A Mosca tutti i diplomatici sono confinati nello spazio di
un chilometro o due a nord del Cremlino. Gli Stati Uniti costruiscono ghetti
dove son rappresentati e vi rinchiudono i loro agenti. Il ghetto americano di
Pittersdosf presso Bonn conta 998 anime e provvede a tutti i bisogni spirituali
e corporali. Ciò nondimeno la Voelkerpsychologie deve essere insegnata nel nuovo istituto diplomatico, anche perché la repubblica italiana non è in
grado di costruire ghetti. Io temo però che compendi, tratti dai poderosi
trattati in lingua tedesca o inglese, subito entrerebbero nella nota categoria hic
trasit huc escit. Pertanto, dopo serie meditazioni, mi permetto di
suggerire un’altra propedeutica.
Platone avrebbe scacciato i poeti dalla sua repubblica. Nessuno dei
discepoli di lui – né Hitler né Stalin né Mussolini – osarono fare questo,
perché la poesia è incoercibile. Può essere canalizzata (e questo è riuscito
soltanto a Richelieu) ma non repressa. Come i fiori sopra il letame o sulle
rovine di un incendio, la poesia sempre erompe dagli strati profondi dell’anima
collettiva: espulsi i poeti, la poesia tornerebbe a sgorgare. Dieci versi di un
vero poeta bastano per inferire la condizione umana di lui nel tempo in cui
vive e quella del suo ambiente. La poesia non è isolabile, perché non è mai
isolata. Sta nel mezzo d’una rete di vincoli sociali, ai quali è determinata e
che a sua volta essa determina. Spesso essa anticipa i tempi futuri, e allora
questi la incorporano in sé. Il mondo muta sotto lo sguardo del poeta e per
effetto di esso: prima di Rousseau le Alpi erano oggetto di orrore, fu
Chateaubriand a raccogliere la voce dell’oceano. Dopo le Confessions e
le Mémoires d’Outre Tombe l’uomo europeo ebbe una sensibilità diversa
del proprio ambiente. Però quei libri non furono capricciose invenzioni di un
singolo, bensì spiragli aperti da voci che salivano dal profondo di un popolo
in un momento storico.
Il poeta è sempre il migliore interprete del suo tempo, del suo
ambiente e del suo popolo. La poesia è il tessuto connettivo tra i tempi, gli
ambienti e i popoli. Al nuovo istituto diplomatico io raccomando di istituire
corsi di poesia.
* Diplomatico dell’anteguerra. Andò in pensione nel
1947.