Sicurezza, giustizia, dimensione internazionale dell'Italia
nel quadro delle trasformazioni dell'amministrazione pubblica
Convegno SNDMAE-ANM-SINPREF all'Hotel Quirinale il 3 ottobre
Intervento di fondo al convegno del 3 ottobre
2007
La tesi di fondo
delle nostre tre associazioni è la seguente: la risposta ai nuovi problemi
trans-nazionali e trasversali, nonché a quelli legati al rapporto tra
istituzioni e cittadini e imprese, non può essere quella del depotenziamento
delle strutture dello Stato chiamate ad operare, pur nelle rispettive
diversità, anche ordinamentali, nel settore della proiezione internazionale,
della giustizia e della sicurezza.
La
de-istituzionalizzazione che, per una ragione o per l’altra, ha avuto luogo in
Italia, spesso con pretesto di motivi di bilancio o sull’onda di motivazioni di
corto respiro, non di rado basate su considerazioni mediatiche, appare del
tutto in controtendenza rispetto alle politiche seguite anche dai soggetti
emergenti sulla scena globale: è questo un elemento che i diplomatici non
possono non rilevare e trasmettere quale dato di fondo.
Non coglierlo
riteniamo che sarebbe oggi semplicemente esiziale -come già evidenziato in
apertura del convegno.
Sono quindi queste
le ragioni che ci inducono a volere un rafforzato e urgente dialogo di alto
profilo con la politica, essenza della democrazia, per conseguire
quell’efficacia nel funzionamento dello Stato che i cittadini, le imprese, e
coloro che per vocazione vi lavorano, richiedono.
Ed è questo un tema determinante anche in riferimento alla qualità
della spesa pubblica in relazione ai fini istituzionali dello Stato.
Noi non siamo qui solo per invocare le risorse destinate a far funzionare
le attività istituzionali, ma anche per proporre concreti miglioramenti al
funzionamento delle strutture, convinti che possano attuarsi, in molti casi,
senza incrementi di spesa.
Per troppo tempo si è parlato in Italia della spesa
pubblica solo in termini quantitativi, con riferimento ai parametri dell’Unione
Europea, mentre il tema della qualità della spesa pubblica, tra le più basse in
Europa, è stato del tutto tralasciato nel dibattito politico, come se la
qualità di circa il 50% del PIL fosse irrilevante per lo sviluppo e la
competitività del Paese.
Ben venga allora l’avvio di un’analisi seria sulla
qualità della spesa con riguardo ai fini istituzionali dello Stato: speriamo
quindi che la riflessione avviata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze
con il “Libro verde sulla spesa pubblica” dello scorso 6 settembre possa
svilupparsi pienamente, coinvolgendo anche noi dirigenti delle carriere
primarie dello Stato, in quanto conoscitori dei problemi da risolvere. Parlare
della qualità della spesa pubblica solo sul piano accademico serve a poco e può
anzi fornire indicazioni fuorvianti.
Il SNDMAE – che raccoglie oltre il 90% delle deleghe
sindacali della carriera diplomatica e che rappresenta anzitutto coloro che
operano in “prima linea” - è pronto a fornire il suo fattivo contributo di
riflessione con riguardo a quel 0,23% della spesa pubblica destinata al
Ministero Esteri. Percentuale oltretutto decrescente negli ultimi anni e che in
molti casi arriva a rappresentare la metà - tenuto anche conto della peculiarità
italiana di avere una rete consolare, rimasta essenzialmente impostata
sull’assistenza sociale all’emigrazione - rispetto a quella destinata dai
nostri diretti concorrenti europei alla proiezione internazionale dei
rispettivi Paesi.
A nostro avviso, occorre anzitutto, su un piano
generale, che la qualità della spesa pubblica sia strettamente connessa alle
funzioni istituzionali dello Stato, tenendo ovviamente conto delle esigenze
operative di chi è chiamato a rispondere di obiettivi primari da raggiungere:
in questo senso occorrono norme di legge e regolamentari semplici da attuare e
stabili nel tempo.
Veniamo quindi al Ministero degli Affari Esteri, con la sua rete di 340
uffici tra Ambasciate, Rappresentanze permanenti, Consolati e Istituti Italiani
di Cultura.
Non mi dilungherò nella descrizione delle attività molteplici svolte
dalla Farnesina; dalla promozione economica e quella culturale ai negoziati
comunitari e multilaterali; da quello che svolge l’Unità di crisi, all’attività
in materia di visti; dall’assistenza ai connazionali e il voto dei residenti
all’estero, alla cooperazione ed alle iniziative in materia umanitaria.
Una descrizione delle relative problematiche e delle soluzioni indicate
dal SNDMAE, è riportata nel nostro “libretto bianco” elaborato e diffuso nel
2006 (a disposizione qui in sala per chi fosse interessato ad un
approfondimento).
Mi limiterò quindi a brevi cenni su singoli aspetti, per evidenziare
quanto sia urgente un dialogo fattivo con il livello politico, per ottenere concreti e non effimeri
interventi volti ad assicurare l’efficacia della proiezione internazionale
dell’Italia.
Il Ministero Esteri è – e deve continuare ad essere - una realtà
speciale, nel quadro della Pubblica Amministrazione, per il fatto di dover
operare all’estero, da New York a Kabul, e di coordinare la proiezione
internazionale di un’Italia in trasformazione.
Gli interlocutori delle sue strutture periferiche non sono soltanto i
nostri cittadini, le nostre imprese e la P.A. italiana, ma sono anche e
soprattutto i cittadini, le imprese, le amministrazioni dei paesi in cui
operano questi speciali uffici italiani. Che pertanto non agiscono solo nel
quadro giuridico italiano, ma in quello di altri 200 paesi e nell’ambito del
diritto internazionale.
Speciale è quindi il regime giuridico della carriera diplomatica;
speciali sono norme che disciplinano l’attività della Farnesina come il DPR
18/67 e la legge 401/90 sugli Istituti di cultura. Tuttavia il Ministero Esteri
è tenuto ad osservare le disposizioni che riguardano le altre Amministrazioni,
come in materia di gestione amministrativa e di bilancio, ed il personale non
diplomatico della Farnesina è soggetto alla normativa generale, fatta per
essere applicata in Italia e non all’estero.
Il combinato disposto di scarse risorse decrescenti ed un regime
giuridico in alcuni casi del tutto incoerente con la funzionalità della
struttura crea però gravi problemi che occorre affrontare seriamente.
La Farnesina non può infatti che agire in competizione e costante
raffronto con le reti diplomatiche-consolari e culturali degli altri Paesi: il
paragone sull’efficacia della nostra proiezione è anzitutto internazionale - per definizione internazionale. A poco serve il raffronto interno con altre
amministrazioni, soprattutto in tema di “rimodulazioni”.
Con dotazioni di organico, finanziarie e tecnologiche che sono una
frazione di quelle di altri Paesi, aventi reti di uffici all’estero
paragonabili alla nostra; con l’accrescersi dei compiti in molti settori
operativi (visti, connazionali, ecc), con il trend negativo di risorse
assegnate e con normative inadatte o del tutto inadatte agli obiettivi
funzionali della rete diplomatico-consolare, la Farnesina non riesce più ad
esprimere le potenzialità offerte dal personale di cui dispone.
Il SNDMAE da tempo ripete che “o si adeguano le risorse agli
obiettivi o si adeguano gli obiettivi alle risorse”. Certamente ne va della
qualità della spesa pubblica e dell’efficacia dell’azione dello Stato, della
motivazione di chi vi lavora.
Tuttavia negli ultimi anni le cose sono
ulteriormente peggiorate, per effetto delle ulteriori riduzioni di bilancio ed
al contestuale incremento degli adempimenti contabili e amministrativi, della
mancanza di investimenti nell’informatica, dell’accrescersi del numero dei
servizi che sono erogati dalla rete, alle imprese, ai connazionali, agli
stranieri.
Un cenno, in proposito, va fatto ai visti
rilasciati agli stranieri, che oggi assorbono una quota crescente di personale
messo a far fronte alla domanda di immigrazione per lavoro, per soggiorno,
affari e turismo. La normativa sui visti non ha tenuto oltrettutto in
considerazione l’impatto delle nuove disposizioni sul funzionamento della
struttura.
Nel 2002 erano stati rilasciati circa
850.000 visti, quest’anno la cifra sarà di circa 1,5 milioni, con un
aumento di quasi il 27%, rispetto al 2006.
Un incremento avvenuto con risorse
complessive decrescenti, ma necessariamente a scapito di altri servizi e
riducendo la qualità d’insieme della nostra proiezione internazionale.
Di conseguenza, molte ambasciate e
consolati sono allo stremo – letteralmente allo stremo - e ormai si occupano
quasi unicamente, in condizioni di stato d’assedio, di visti d’ingresso e
adempimenti amministrativi. A questo sono stati ridotti i nostri uffici
all’estero e su questo bisogna agire con la massima urgenza!
Adempimenti amministrativi, materia
non amata da nessuno, ma così importante per il funzionamento dello Stato, nel
nostro caso della rete diplomatico-consolare, purché trasformati, come da noi
proposto, in strumenti idonei all’agire, piuttosto che meri orpelli
formalistici e cavillosi che deresponsabilizzano e intralciano l’azione.
Per venire incontro ad un’esigenza
fortemente sentita dai diplomatici in servizio all’estero, il SNDMAE si è fatto
promotore di un’importante proposta di semplificazione, nota come “bilancio di
sede” ed elaborata assieme ad autorevoli esperti del settore, che
consentirebbe, se attuata, di migliorare in misura sensibile l’efficacia
dell’azione della rete diplomatico-consolare.
La proposta del SNDMAE ha consentito
di far avviare timidi passi in avanti nella direzione della semplificazione
contabile, ma solo timidi passi, che risultano del tutto insufficienti a
rispondere alle esigenze della nostra rete di uffici all’estero.
Stimiamo che la proposta elaborata dal
SNDMAE abbia un valore sociale di circa 100 milioni di euro l’anno, calcolati
quale incremento dell’efficacia dell’azione della rete diplomatico-consolare,
nel suo complesso, a dotazioni finanziarie invariate.
Il “bilancio di sede” è infatti uno strumento
estremamente flessibile, di semplice gestione, ed è ottimale per il
funzionamento all’estero, specie nelle sedi piccole e medie. Ad esso sono
riconducibili spese quali la promozione economico-commerciale e vi possono
essere imputate anche eventuali voci in entrata (ad esempio: i corsi di
italiano là dove non è presente un Istituto di cultura), in modo da consentire
la possibilità di autofinanziamento, possibilità oggi preclusa.
La semplificazione amministrativa è quindi una
nostra priorità assoluta. Deve però essere vera, deve ridurre il carico di
lavoro e deve contribuire al miglioramento della qualità della spesa.
Proprio alla vigilia di questo convegno sembra
invece prendere forma un provvedimento che va esattamente nella direzione
opposta a quella che il buon senso richiede.
Si tratta dei CIA, strutture burocratiche
denominate “Centri Interservizi Amministrativi”, che si vorrebbero istituire
all’estero fino ad un numero complessivo di 17 unità con il compito di
sostenere le ambasciate e consolati nei loro adempimenti amministrativi, ad
esempio nella predisposizione di convenzioni con i fornitori.
Peccato che le ambasciate e consolati non
richiedano questi servizi e che il costo di gestione dei CIA sarà
verosimilmente superiore al totale delle convenzioni stipulabili dalle
ambasciate e consolati, visto che spesso non hanno neanche i fondi per pagare
il riscaldamento o la carta! Insomma, una spesa del tutto opinabile e che, se destinata
diversamente, potrebbe, ad esempio, consentire di raddoppiare i rimborsi
forfetari destinati ai consoli onorari, che svolgono una funzione importante
con in media 230 euro al mese, cifra che ha già indotto molti nostri consoli
onorari a rinunciare all’incarico per non rimetterci troppo di tasca loro. (il
testo del provvedimento sui CIA è nella documentazione a disposizione in sala,
per chi lo volesse vedere).
Tuttavia le questioni amministrative non devono
far perdere di vista l’obiettivo primario delle nuove necessità poste dalle
differenti dimensioni –internazionale, comunitaria e locale - entro cui si
svolge l'azione quotidiana di un Governo e che investono la Farnesina in vari
settori e che invece di essere declassati devono essere potenziati.
Uno di questi è il servizio del
contenzioso diplomatico che segue anche il tema della responsabilità dello
Stato che - come noto - è unitaria, ed ha ripercussioni internazionali
importanti. Si pensi
solo al ruolo
accresciuto ed indispensabile, anche come consulenza e interazione non
vincolante, che esso dovrebbe avere a fronte del vorticoso accrescersi
dell'attività internazionale delle varie amministrazioni pubbliche e degli enti
locali, nonché del potere giudiziario, come sanno bene gli amici dell’ANM.
Il suo potenziamento in termini di struttura, di
personale qualificato, anche esterno, come i magistrati, in modo da portarlo in
linea con gli analoghi servizi giuridici internazionali degli altri Paesi,
sarebbe stato un atto indipensabile, logico e dovuto.
Invece un piano definito di “razionalizzazione” derivante dalla scorsa
Finanziaria ha provocato il formale declassamento di questo servizio strategico
per l’Italia, già impropriamente trascurato negli anni. Si è trattato di un
errore che il SNDMAE ha costantemente denunciato e che auspica vivamente possa
esservi posto rimedio. Non si capisce come si pensi di istituire i CIA – ergo
di aumentare le risorse per l’autoamministrazine - ed al medesimo tempo
ridimensionare il Contenzioso diplomatico, cioè erogare meno servizi a favore
delle varie articolazioni dello Stato. Mentre
si chiudono Consolati ed Ambasciate erogatori di servizi si aprono centri di
autoamministrazione. Non ci sembra certo il modo di migliorare la qualità della
spesa.
Un altro settore che da molto tempo deve essere
valorizzato è quello della cooperazione allo sviluppo e della solidarietà
internazionale, che si esercita sia mediante l’azione, anche politica, sul
piano multilaterale e bilaterale, sia attraverso i finanziamenti della cooperazione
italiana.
Data la vastità dell’argomento ne parlerò in estrema
sintesi. Vorrei solo dire che registriamo in questo caso con favore
l’incremento dei fondi previsto dalla proposta di Legge finanziaria: si tratta
di un fatto dovuto per venire incontro agli impegni, anche pregressi,
dell’Italia.
Sul piano organizzativo della cooperazione, il SNDMAE
concorda sul fatto che debbano essere apportati aggiornamenti alla Legge 49/87.
Legge che, a vent’anni di distanza dalla sua adozione, risente del peso del tempo.
Le più forti perplessità vanno invece ad ipotesi di modelli organizzativi
basati sul modello di “Agenzia”, strumento che ben si presta ad aggirare il
dettato costituzionale del reclutamento del personale mediante concorso.
I sostenitori del modello di “Agenzia” ritengono che,
con ciò, si avrebbe una semplificazione amministrativa, non dovendo sottostare
ai dettami della contabilità di Stato. Su questo punto il SNDMAE non può non ricordare, in questo
convegno, che furono proprio le inchieste giudiziarie dei primi anni 90 ad
indurre la politica al ritorno della contabilità di Stato in questo settore. Francamente non vogliamo
che la storia si ripeta con l’“Agenzia”!
Meglio invece agire al difuori dello schema
dell’“Agenzia” e nell’ambito della semplificazione amministrativa, di cui il
SNDMAE è sostenitore. Si deve inoltre tener presente il modello della Norvegia,
che proprio di recente ha chiuso la sua agenzia per ricondurre la cooperazione
allo sviluppo nel suo Ministero degli Esteri, in una visione unitaria e non
frantumata della componente solidaristica dell’azione internazionale del Paese.
E’ insomma fondamentale che la cooperazione allo
sviluppo resti elemento di un insieme organico e che il Ministero degli Affari
Esteri e le Ambasciate mantengano un indirizzo unitario e coerente dell’azione
di politica estera in tutti i suoi aspetti, cooperazione compresa.
Non sarebbe corretto né proficuo impostare un certo
tipo di politica italiana in un Paese o in un’area geografica e poi smentirsi
adottando azioni di cooperazione che vadano in una diversa direzione o che
seguano diversi presupposti.
Spesso la Pubblica Amministrazione italiana è stata
accusata di scarsa propensione al coordinamento: non pregiudichiamo uno dei
casi in cui quest’ultimo è invece ancora presente.
Questo è il messaggio che da questo convegno inviamo
alla Commissione Esteri del Senato, all’interno della quale si è riunito un
comitato ristretto avente il compito di operare una sintesi delle varie
posizioni attorno al disegno di legge governativo di riforma della
cooperazione.
Un altro settore da
potenziare è quello economico-commerciale a servizio delle imprese. Viene
giustamente affermato che la moderna diplomazia sarà sempre più centrata sulla
gestione di reti, intese come reti di sapere, di relazioni, di analisi, per
sostenere la proiezione internazionale dell’Italia. Ciò è vero in teoria, ma
mancano strumenti indispensabili come i fondi per la promozione economica:
basti pensare alle poche migliaia, in qualche caso centinaia di euro assegnate
– all’anno - alle nostre Ambasciate nei grandi paesi emergenti a Pechino, Nuova
Delhi, Mosca, Brasilia o a consolati come Mumbai, per facilitare la promozione
economica. Ad es. Pechino ha presentato un programma di spesa per 43.778€ e ne ha avuti
2.000; Nuova Delhi per ora non ha avuto nulla. Per Mosca è incerta la cifra di
5.000 euro in un anno intero. Questa è la fase terminale di una tendenza che in
cinque anni ha visto diminuire dell’80% l’entità dei fondi a disposizione.
Cifre dunque ridicole a
cui si abbinano le farragginose procedure di rendicontazione semplificabili al
massimo con l’adozione del “bilancio di sede”.
A fianco alla promozione economica vi è quella
culturale ed in particolare i 90 Istituti di cultura all’estero. Si tratta di un
settore che dovrebbe essere di primaria importanza per l’Italia e lo strumento
degli Istituti di cultura fondamentale per la nostra proiezione internazionale:
proprio in questo periodo la Cina sta ad esempio aprendo 100 Istituti nel mondo
come sostegno alla sua nuova dimensione globale.
Ebbene gli Istituti di cultura italiani, se da un lato
beneficiano di una normativa speciale buona, la Legge 401/90, solo in certi
aspetti oggi migliorabile, dall’altro sono perlopiù diretti da personale non
dirigenziale (70 su 90 Istituti) che sono entrati nei ruoli del Ministero degli
Esteri mediante leggi o leggine degli scorsi decenni.
Ben vengano quindi seri concorsi pubblici, come quelli
tenuti in anni recenti, per potenziare l’attività culturale, valorizzando in ogni
possibile modo, a seguito di rigorosa valutazione dell’operato, le capacità
professionali del personale con un percorso di carriera che arrivi alla
dirigenza. Ben venga poi una seria valutazione sulle reali capacità
delle 10 persone che possono essere nominate dalla politica a dirigere i più
importanti Istituti di cultura, con l’apertura di quei posti anche a
diplomatici qualificati.
Tuttavia occorre agire anche sulla rimodulazione della
rete degli Istituti di cultura che è inadatta anche quanto a distribuzione a
sostenere l’immagine culturale italiana all’estero: la metà circa degli
Istituti si trova infatti in Europa, in base ad una distribuzione geografica
concepita negli anni 30, e tuttora mancano in Paesi o città chiave della
globalizzazione, come ad esempio Mumbay.
Non solo, le dotazioni finanziarie erogate annualmente
agli Istituti di cultura sono del tutto insufficienti (un decimo circa di
quanto spende la Francia), con il risultato che in varie sedi il costo del
personale e delle infrastrutture è ampiamente superiore al bilancio
promozionale, con una conseguente una bassa qualità della spesa complessiva.
Anche in questo caso vale il principio sostenuto dal
SNDMAE: “o si adeguano le risorse agli obiettivi o si adeguano gli obiettivi
alle risorse”. E’ una scelta che spetta alla politica, ma la politica deve
decidere.
Per affrontare la competizione globale
occorrerebbe che il personale inviato all’estero, diplomatico e non, possa
beneficiare di una adeguata e specifica formazione, linguistica e culturale,
come in tutti i ministeri degli esteri degni di questo nome.
A tal fine esiste – o meglio esisteva – l’Istituto
diplomatico, da tempo con poche risorse, che a seguito di un provvedimento di
“riordino”, portato dell’ultima legge finanziaria, è stato declassato, come è
avvenuto per il contenzioso diplomatico. E’ veramente inconcepibile che si
continui ad inviare all’estero personale senza una previa adeguata, sostanziale
e specifica - sottolineiamo, sostanziale e specifica - preparazione!
Veniamo ora al punto della razionalizzazione della rete
diplomatico-consolare. Aspetto essenziale, di elevato contenuto politico,
date le ripercussioni sul piano dei rapporti sia bilaterali che multilaterali,
nonché sul piano dell’incidenza dei servizi ai connazionali, agli stranieri e
della promozione degli interessi del Paese.
E’ il tema più complesso di tutti e mi limiterò quindi, per ragioni di
tempo, a due brevi riflessioni: una sulla nostra presenza
politico-istituzionale nel mondo, l’altra sui servizi ai connazionali e
agli stranieri offerti della rete consolare.
Qui si impone una precisazione concettuale preliminare. Tutelare gli interessi italiani in tutti i
consessi internazionali in cui si prendono le decisioni, nonché interagire con
l’Italia anche nel quadro del suo posizionamento nelle dinamiche
internazionali. E’ questo che caratterizza la diplomazia italiana, questo è il
suo “core business”, questa la sua ragion d’essere.
Nel contempo siamo anche erogatori di servizi, tanti
ed importanti. Ma non è la somma dei servizi che fa la Farnesina.
Il “sistema Farnesina” come sommatoria di tanti servizi
scomponibili e da affidare a soggetti specializzati non è una impostazione che
va nell’interesse generale del Paese. Nel caso dei servizi alle imprese, è ricorrente
l’argomento per cui ci sono già l'ICE, le Camere di Commercio, gli enti locali
per la promozione, dunque non ha senso tenere una rete diplomatica per la
diplomazia economica. Questo genere di argomenti non tiene conto del valore
aggiunto che la diplomazia assicura nel rapporto con le autorità straniere, nel
suo ruolo di raccordo del sempre perfettibile “Sistema Italia”, le cui carenze
in fatto di coerenza complessiva sono note.
Esempi, in proposito, possono essere quei casi in cui ministri di
governo e vertici regionali e di enti locali si trovano a condurre negoziati
diretti con governi stranieri, tenendone all’oscuro le ambasciate. Non di rado
gli accordi desiderati non vengono conclusi e la prima cosa che viene in mente
è che forse le ambasciate sul posto potrebbero dare utili consigli affinché
l’azione italiana all’estero non venga frantumata e danneggiata. Ovunque vi sia
un negoziato con uno Stato estero, indipendentemente dalla materia, vi è – e vi
deve essere – un ruolo di coordinamento e supervisione della diplomazia dello
Stato. Senza di ciò la frantumazione, la vanificazione degli intenti, lo
sperpero di risorse descritto da Stella e Rizzo e ancor prima da Salvi e
Villone nei loro rispettivi libri denuncia.
Il senso di questo esempio è per ricordare che dote fondamentale di
una carriera dello Stato, in questo caso quella diplomatica, risiede nel fatto
di assicurare una elevata professionalità, con imparzialità e terzietà,
dedizione allo Stato e discrezione. Ciò detto vorrei affrontare i due
citati aspetti distinti.
1. La diplomazia come presenza politico-istituzionale
del mondo.
E’ del tutto evidente che una parte decisiva del
futuro dell’Italia si gioca sul fronte estero e su quello della
globalizzazione. Qui non si tratta solo del prestigio politico internazionale,
ma del reddito complessivo del Paese, dei livelli occupazionali,
dell’approvvigionamento di risorse energetiche, della possibilità di esprimerci
e di far valere le ragioni italiane sulle tante crisi internazionali,
economiche e politiche, che comunque influirebbero sui nostri destini, vista la
posizione geostrategica dell’Italia e la sua dipendenza dai flussi di scambi e
dalle reti energetiche internazionali.
Considerazioni, queste che valgono in primo luogo per il tipo di azione da
condurre in ambito Unione Europea: per aver voce in capitolo, non basta
andare alle riunioni che si tengono a Bruxelles. Occorre proporsi come partner
credibile, affidabile e solido anche nel mondo, il che implica il fatto di
essere efficace interlocutore nei vari canali internazionali, quindi di avere
una rete diplomatico-consolare efficace.
Le nostre posizioni internazionali più prestigiose negli ambiti extra-europei
- sistema O.N.U. e G8 - saranno compromesse se non saremo capaci di
manifestare in tutti i settori un'affidabile capacità di interlocuzione
internazionale, in un’ottica di efficacia operativa e di agilità di intervento.
Non solo perché col malaugurato declino della nostra azione internazionale a
vasto raggio perderemmo credibilità in sede ONU, ma anche perché, per esempio
in ambito G8, non basta il “titolo” - cioè, adeguati livelli di PIL -, ma serve
la dimostrata capacità di essere attore globale, mediante una diplomazia
efficace e articolata, per poter contribuire concretamente alle decisioni.
Anche in questo settore riteniamo che debba essere
effettuata una scelta da parte della politica, sul numero delle sedi e sulle
dotazioni che ognuna di essa può disporre. Non scegliere è appunto l’errore. Il
SNDMAE, anche su questo punto chiede un dialogo di elevato profilo per
contribuire ad individuare un nuovo paradigma della proiezione dell’Italia
all’estero.
Se lo stare dell’Italia nel mondo è uno stare nel
mondo globalizzato – e per un paese fortemente dipendente dagli scambi con
l’estero e avente una vocazione umanitaria così spiccata non può essere
diversamente – allora l’Italia ha bisogno di dotarsi di terminali adeguati. Le
istanze politiche possono decidere che l’Italia deve attuare non più una
politica globale ma più limitata e regionale.
Non è infatti possibile chiedere ad una rete
diplomatico-consolare di raggiungere obiettivi di portata “globale”, con i
mezzi appena sufficienti per una politica “regionale”:
2. Il servizio consolare e la nuova articolazione
della rete di servizi ai cittadini italiani e stranieri.
E’ convinzione generale la necessità di rimodulare la
consistenza e distribuzione dei consolati italiani all’estero. Per farlo
occorre pensare ad un modello organizzativo che sia capace di assicurare la
proiezione degli interessi generali italiani, quindi il sostegno alle attività
di promozione originate dall’Italia e i visti, senza far venir meno i servizi
ai cittadini residenti all’estero e a quelli di passaggio nelle aree in cui si
pensa di chiudere o ridimensionare un consolato. Per assicurare questi servizi
occorre un radicale ripensamento della capacità informatica e della conseguente
preparazione degli addetti.
Questo radicale ripensamento, da noi definito cambio
di paradigma organizzativo, tarda ad imporsi, lasciando spazio ad una non
meglio definita politica di taglio dei rami secchi, in realtà una scorciatoia
autolesionistica, nei confronti della quale noi esprimiamo il nostro più forte
dissenso.
Sono due anni che alla Farnesina si tiene nel cassetto
una proposta elaborata dalla nostra ambasciata a Berna per la ristrutturazione
della rete consolare in Svizzera, impostata sul modulo degli sportelli
informatizzati quindi degli archivi informatizzati. Un modello da applicare
senza altri ritardi facendone il parametro di riferimento per tutte le sedi
consolari. Già nel 2001 la consistenza dei nostri uffici consolari in Svizzera
è stata ridotta della metà, senza che in tutti questi anni si sia investito nel
miglioramento della qualità dei servizi per compensare la chiusura di quei
primi 10-11 uffici. Ancora oggi non si trova di meglio che rifugiarsi dietro
una presunta avversione del Ministro per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione nei confronti degli incrementi qualitativi
settoriali e quindi nei confronti dei progetti pilota.
A noi questo approccio attendista pare l’esatto contrario del “cambio di paradigma”
necessario ad assicurare i servizi richiesti dai cittadini all’estero.
La priorità di questo “cambio di paradigma” organizzativo,
seppur affrontata con un enorme ritardo, deve poter contare su un piano di
investimenti, che sia alla portata della nostra attuale finanza pubblica e che
garantisca l’informatizzazione di tutta la rete degli sportelli consolari e
cioè della enorme base documentale relativa agli italiani all’estero, con tutto
quello che consegue: centralizzazione del database, rimodulazione della
consistenza e distribuzione degli uffici, inserimento dei terminali là dove gli
uffici di ruolo e onorari non possono essere presenti. L’ INPS tutto questo lo
ha già fatto.
Una riforma di questa portata deve procedere da un
approccio strategico, con interventi strutturati di portata pluriennale, cosa
ben diversa dall'usuale comma della Finanziaria che impone tagli e limitazioni
lasciando al livello politico la scelta di chiudere consolati là dove vi sono
minori punti di resistenza, sulla base di equilibri politici di brevissima
portata.
Alla fine, per cambio di paradigma si intende l'azione
complessiva del governo determinata a rendere un servizio al paese: agli
italiani che dall'Italia chiedono di essere aiutati quando si recano all'estero
nella legittima ricerca di opportunità e di sbocchi, agli italiani all'estero
che chiedono solo di avere servizi amministrativi decenti e alle centinaia di
migliaia di stranieri che devono venire in Italia per affari, lavoro, turismo,
culto, e che non riescono a capacitarsi del fatto che un Paese G7,
settima-ottava economia al mondo, li accolga malamente nelle sue piccole e
malandate sezioni visti, sottostaffate e con pochissimi addetti capaci di
esprimersi nella lingua del posto. E con percezioni consolari che raddoppiano
in volume e in valore senza che nessuno abbia un'idea di come reinvestirli nel
miglioramento dei servizi. Tutto qui.
Prima di concludere un accenno a questioni del
personale della carriera diplomatica.
Non vogliamo, in questo convegno centrato sulla
funzionalità delle Istituzioni, parlare delle remunerazioni della carriera
diplomatica, che come è noto sono decisamente basse nel quadro della dirigenza
della pubblica amministrazione. E’ bene però ricordare che la media è di circa
59 mila euro lordi l’anno e va a famiglie per lo più monoreddito, a causa
dell’impossibilità per i coniugi di sviluppare le proprie professionalità
seguendo, ogni due-quattro anni, il funzionario della carriera diplomatica tra
una sede e l’altra all’estero. Ciò comporta forti disagi familiari che si
riflettono anche nell’elevato tasso di divorzi e separazioni, circa il doppio
della media nazionale.
Proprio in relazione alla funzionalità del Ministero
degli Esteri occorre quindi trovare soluzioni appropriate sul piano economico e
per le famiglie, pena la perdita di attrattività degli elementi migliori per
una professione che, in ogni caso, è svolta per vocazione e passione per lo
Stato.
Occorre inoltre affrontare seriamente la questione
dell’ISE, indennità onnicomprensiva (casa, scuole per i figli ecc.) che
ricevono tutti i dipendenti pubblici inviati all’estero, e quindi anche gli
appartenenti della carriera diplomatica, che dovrà essere rivista al rialzo
dopo essere stata ferma (anzi diminuita, pure in termini nominali) per ben 15
anni!!
Oggi molti posti disponibili all’estero vanno vacanti
e provvedimenti in questa direzione sono evidentemente necessari per la
funzionalità della rete.
Occorre infine agire per una programmazione degli
ingressi – che devono essere annuali - dei nuovi diplomatici, che dovranno
sempre e comunque essere selezionati mediante un rigoroso e selettivo concorso
pubblico, nonchè negli avanzamenti di carriera.
A questo proposito corre qui l’obbligo di citare i
risultati di una recente ricerca statistica effettuata dal SNDMAE relativa
alle nomine degli ultimi sette anni al grado di Ministro plenipotenziario,
decise in seno al Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro degli
Esteri. La ricerca ha messo in luce, dati alla mano, che sono fortemente
privilegiati coloro che stanno a Roma, ed in particolare coloro che lavorano
nelle strutture più vicine al potere, rispetto a coloro che all’estero svolgono
ad esempio l’incarico di Ambasciatore o di Console Generale.
Da notare che la carriera diplomatica è più di ogni
altra soggetta a valutazione, con rapporto informativo annuale per i primi 15
anni di carriera e ogni due anni per quelli successivi, con valutazione al
momento della periodica assegnazione all’estero, nonchè al momento delle
promozioni nei vari gradi. “Stranamente” però, per essere promossi al grado di
Ministro plenipotenziario serve sostanzialmente essere “al posto giusto”, forse
perchè le nomine devono essere approvate in Consiglio dei Ministri. Lo studio
statistico è disponibile in sala.
Ciò comporta una grave distorsione, che va esattamente
contro la funzionalità della rete diplomatico-consolare, che non vede
assolutamente “premiati” coloro i quali lavorano in prima linea nella
proiezione internazionale dell’Italia o alla stessa Farnesina in settori
chiave, ma non vicini al potere, come la Direzione generale che segue i
consolati, le nostre collettività ed i visti.
Anche questa è una distorsione che ha effetti negativi
sulla qualità della spesa, che demotiva il personale che si assume dirette
responsabilità e che il SNDMAE chiede da tempo di correggere!
In conclusione siamo convinti che per consentire alla
Farnesina e alla sua rete diplomatico-consolare di poter competere con i Paesi
di pari dimensioni ed importanza occorra agire mediante un vero, sottolineo,
vero, dialogo di alto profilo con la politica.
Il lavoro da fare non è poco, ma le risorse che
consentirebbero di far raggiungere livelli di assoluta eccellenza sono
poche, perché già esiste alla Farnesina la qualità del personale e la dedizione
al lavoro e la volontà di assumersi reponsabilità.
Sono interventi quindi del tutto alla portata
dell’Italia e che non possono essere ulteriormente rinviati. Molti
provvedimenti sono oltretutto anche “a costo zero”, come nel caso della
semplificazione amministrativa.
Il SNDMAE non può che augurarsi che tali riforme non
siano il frutto di teoremi elaborati a tavolino: non di rado si è assistito ad
un decisionismo calato dall’alto ed eterodiretto, ad un continuo mutare delle
normative, in un perenne riformismo che non è capacità di adattamento al mutare
della realtà, ma spesso solo una fuga dal confronto con la realtà del
risultato, una confusione, uno spreco di risorse. Il caso dei “CIA” e il
ridimensionamento del servizio del Contenzioso diplomatico, quindi il servizio
giuridico internazionale dello Stato, ne sono un esempio.
L’Italia, riteniamo, non se lo può più permettere.
Il SNDMAE è convinto che il destino di un settore
determinante della “cosa pubblica”, la proiezione internazionale dello Stato e
con esso i servizi che la Farnesina e la sua rete estera fornisce al Paese, ai
cittadini, agli imprenditori, alla cultura e agli stranieri che con l’Italia
vogliono rapportarsi, dipendano ormai da un fattivo dialogo e di alto profilo
con la politica.
Siamo pronti a partecipare all’elaborazione e alla
messa in opera di un disegno di miglioramento e di evoluzione, ad essere attori
e catalizzatori di un cambiamento della cui necessità siamo tutti convinti e
con la fedeltà ai valori dello Stato.