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SNDMAE
Intervento all’audizione promosso dalla
Commissione affari esteri del Senato (18.12.07)
Ringraziamo il
presidente Dini e i senatori della III commissione che ci accolgono oggi in
audizione, per averci dato l’opportunità di esprimere il punto di vista della
maggiore associazione sindacale dei diplomatici italiani sull’importante tema
della riforma della cooperazione allo sviluppo, con particolare riferimento al
testo unificato proposto dal relatore Sen. Tonini. [presentazione della
delegazione Sndmae].
Per tutto il 2007 abbiamo cercato di seguire da
vicino i lavori della commissione e del suo comitato ristretto e riteniamo
perciò di poter esprimere una valutazione d’assieme sul testo unificato in
questione. La nostra attenzione rimane appuntata essenzialmente sugli aspetti
di principio e sui criteri organizzativi generali richiamati nel testo.
Riteniamo infatti che da un sindacato come il nostro, possa pervenire alla
Commissione un utile contributo di analisi e di valutazione di questi aspetti,
oltre, eventualmente, a testimonianze tratte dall’esperienza dei diplomatici
impegnati in questo vitale settore della proiezione internazionale dell’Italia.
Sull'opportunità
di interventi migliorativi nel settore della cooperazione allo sviluppo
rileviamo una sostanziale concordanza di opinioni all'interno della Farnesina.
Noi stessi, come sindacato, abbiamo avuto un confronto di idee con gli esperti
della cooperazione, oltre a scambi di vedute come nella riunione promossa
dall’ANCI a maggio. Sulle specifiche ricette, dentro al Ministero così come
nella società italiana, le visioni sono invece variegate. Il nostro contributo
cercherà pertanto di fornire una visione legata all'esperienza concreta dei
diplomatici e di altre categorie di personale del Ministero degli Affari Esteri
impegnate nelle varie attività di cooperazione.
Partendo dall'esame dei principi, apprezziamo innanzitutto la definizione della
politica di cooperazione allo sviluppo come "parte integrante della
politica estera dell'Italia" (art 1, comma 1). Si tratta al contempo di
una constatazione – del tutto evidente a chiunque abbia a che fare con la
politica estera – ed una dichiarazione programmatica densa di implicazioni, di
un'indicazione di come vada organizzato questo fondamentale aspetto dell'attività
internazionale dell'Italia.
Troviamo del tutto coerente con tale enunciato, la nozione che spetti al
Ministro degli Affari Esteri la responsabilità della cooperazione, al fine –
come recita l'art. 3 - di "assicurare l'unitarietà e il coordinamento di
tutte le iniziative (…)". Tale responsabilità si traduce – secondo il
testo in esame - nello stabilimento degli indirizzi e nel controllo e vigilanza
dell'attuazione (argomento su cui torneremo in prosieguo).
Il terzo
importante tassello sta nel come esercitare le predette competenze.
Anche su questo punto ci troviamo d'accordo con il testo (art.3 comma 6)
allorché stabilisce che vengono esercitate "avvalendosi delle strutture
del Ministero degli Affari Esteri e della rete diplomatica e consolare".
Sulla base di
queste premesse, che possono essere condivise, si tratta di individuare i nodi
da sciogliere per una rivisitazione dell’esperienza italiana nella cooperazione
allo sviluppo.
L’impianto del Capo II – Indirizzo politico,
Governo e controllo della cooperazione allo sviluppo, riflette una scelta politica che
rispettiamo, ma che riteniamo debba essere meglio articolata, avendo bene in
mente la realtà politico-istituzionale italiana e l’esperienza italiana di
cooperazione di quest’ultimo quarto di secolo.
Se infatti la volontà del Parlamento fosse quella
di perseguire il modello dell’Agenzia, per sua stessa natura fonte di diarchie
e di conflitti, noi rimarremo impegnati a sollecitare la definizione più chiara
e inequivocabile di come dovrebbe in concreto operare il comma 8 dell'art.14.
Riteniamo cioè che se dovesse prevalere la volontà di istituire l’Agenzia,
dovremo aver tutti chiara non soltanto la regolamentazione dei rapporti tra la
futura Agenzia e la rete diplomatica, ma anche fare in modo che sia introdotto
un preciso riferimento alla struttura centrale del Ministero affari esteri nelle sue varie articolazioni, geografiche e tematiche, come punto focale di
raccordo, non solo per le attività di rilievo internazionale dell'Agenzia, ma
anche di quelle che avvengono sul territorio nazionale. Crediamo che questo sia
un punto cruciale.
Se vi sarà l’opportunità di approfondire questo
aspetto già in questa sede, vorremmo cercare di delineare il senso di una
possibile gestione unificata di tutte le attività di cooperazione
internazionale, che comprenda, in una visione integrata e a tutto campo, tutte
le forme di cooperazione finora praticate. Oggi, con un’incidenza sconosciuta
rispetto all’epoca del varo della legge 49, le modalità di cooperazione
spaziano dall'ambito economico e finanziario a quelle specifiche dello
sviluppo, mentre assumono un peso sempre più preminente i temi trasversali
evidenziati dall’innovazione scientifica e tecnologica. Ci si riferisce inoltre
al settore della Cooperazione decentrata, in forte espansione in questi ultimi
anni, che proprio per questa sua consolidata rilevanza richiede un più
sistematico inserimento nel quadro della politica estera del Paese.
Sempre più numerose sono le tematiche che
postulano un approccio integrato e trasversale: la cancellazione del debito, le
politiche d’intervento ambientali e climatiche e le correlate strategie di
prevenzione ed early warning, i temi della ricerca scientifica e la
circolazione dei saperi, le politiche di valorizzazione del patrimonio
culturale ed archeologico la formazione, la riduzione del divario digitale, la
lotta contro le pandemie e il sostegno alle politiche di genere, tanto per
citare alcune delle più significative.
Per queste ragioni,
riteniamo importante che nella riflessione interna avviata dal Ministro D’Alema
a fine ottobre, si vada ad esplorare la possibilità di ricondurre la trattazione di
tutte queste materie ad un assetto il più possibile unitario all'interno del
Ministero degli Affari Esteri. Sono tematiche spesso divise tra due o più
Direzioni Generali, che richiedono l'elaborazione di linee guida strategiche e
la verifica della loro complementarità con i quadri multilaterali nei quali
l’Italia è impegnata: Unione Europea, Sistema ONU e OCSE.
Si tratterebbe di pervenire ad uno
strumento in grado di rispondere con maggior efficacia alle nuove sfide, e
all’accresciuta complessità della politica estera, a partire dalle esigenze di
internazionalizzazione e promozione del “Sistema Paese”. I nuovi assetti
istituzionali italiani impongono poi di avere una cura particolare per le
modalità operative da condividere con i differenti attori della Società civile
(enti territoriali, categorie produttive, Università, ONG, ecc.) in un ottica
di ‘multistakeholders’.
Tornando al punto specifico dell’Agenzia,
l’opinione comune tra i diplomatici italiani è che se proprio Agenzia deve
essere - che essa abbia una funzione puramente esecutiva e tecnica degli
interventi decisi in ambito ministeriale. In altri termini, come lo era stato
il Dip.Co nei suoi momenti più alti, essa dovrebbe essere il braccio operativo
della Farnesina nella realizzazione dei programmi di aiuto pubblico allo
sviluppo (e di co-sviluppo) e non già un concorrente nella formulazione delle
strategie e linee di azione in materia.
Per questo ci auguriamo che lo sbocco finale del
processo legislativo di riforma non sia quello di istituire un'Agenzia separata
dal MAE. In quel caso, diventerebbe certo e ineluttabile, il latente dualismo
che abbiamo già visto nel modus operandi di taluni esperti, a
partire dai capi UTL, nei confronti dei rispettivi capi missione.
Se teniamo tutti veramente a conservare il
principio dell’unitarietà dell’azione italiana nel mondo, l'Agenzia dovrebbe
limitarsi ad operare sul piano della esecuzione dei progetti di cooperazione,
ma non agire come interfaccia diretto, in prima persona, con le Autorità dei
Paesi Partners o con i cosiddetti “multistakeholders” italiani del mondo dello
sviluppo. Per tali compiti di rilievo esterno, all'estero come in Italia, una
funzione nettamente prevalente dovrebbe continuare ad essere affidata al
Ministero affari esteri, che a tal fine si è recentamente dotato di strumenti
innovativi di intervento in un'ottica di Sistema Italia, come ad esempio
il nuovo gruppo consultivo e di dialogo con la Società civile creato presso la
Farnesina.
Certamente questo è un punto da esaminare in modo
approfondito, perché
incide proprio sulla rappresentatività esterna dell'Agenzia. Nella nostra
esperienza abbiamo visto che GTZ ed altre agenzie europee negoziano
direttamente con i Governi dei Paesi in transizione e partecipano direttamente
a gare internazionali, ovviamente in conformità alle linee guide dei rispettivi
ministeri. La presenza di diplomatici di grado adeguato nell’organico
dell’Agenzia, potrebbe costituire una soluzione e una garanzia sotto il profilo
dell’unitarietà dell’azione italiana.
Un altro punto che riteniamo debba essere chiarito
è quello dell'elaborazione dello schema del documento triennale di
programmazione ed indirizzo, un’elaborazione che – riteniamo – debba
spettare al Ministero affari esteri. A tale riguardo, osserviamo che il
documento triennale di programmazione ed indirizzo di cui all' art.3 non
sia uno strumento particolarmente adatto ad operare nel contesto internazionale
della globalizzazione dove le priorità e gli indirizzi strategici tendono a
mutare con sempre maggiore rapidità. Non è infatti molto chiaro, ad esempio,
come gli interventi destinati all'emergenza possano, per la loro natura
improvvisa ed occasionale, essere inseriti in una qualsivoglia forma di
programmazione.
A nostro parere, è fortemente dubbio che la creazione del Comitato
Interministeriale per la programmazione allo Sviluppo (CICS - art 6 bis),
nonché l'istituzionalizzazione dei "Volontari Cooperanti" siano cose
che possano avvenire a costo zero per l'erario, come recita l'art.16.
Un dubbio che la Commissione non mancherà di dipanare nel prosieguo delle sue
audizioni, nella certezza che il problema comune, tanto all'ipotesi di una 49
riveduta e corretta, quanto a quella di un'Agenzia, è quello delle risorse
necessarie per l'attuazione della riforma.
Dobbiamo essere tutti consapevoli che il
rafforzamento della struttura preposta alla cooperazione allo sviluppo, a prescindere
dalla formula scelta, richiederà un impegno consistente perché vengano
assicurate le necessarie risorse umane e finanziarie. Ci rendiamo peraltro
conto che un simile discorso, per quanto realistico e persino ovvio, possa
risultare scomodo.
Un altro elemento importante consiste a nostro
avviso nella possibilità di adottare impegni di spesa su base per lo meno
triennale, cosa che era a suo tempo possibile con la gestione fuori
bilancio e che fu modificata all'inizio degli anni novanta, introducendo
ulteriori rigidità ad un sistema già lento e complicato
Ci pare infine di rilevare anche una contraddizione tra l'art.14 comma 3
punto c, in cui si afferma che l'Agenzia "promuove forme di
Partenariato con soggetti privati" e il successivo art. 15, dove il
settore privato non viene citato tra i soggetti di Cooperazione, con grave
smacco per le Public Private Partneships (PPS) che costituiscono ormai
una prassi consolidata nel mondo dello sviluppo. [Nota in calce : il
precedente del GFATM]
E’ nostra convinzione che la legge di riforma
debba contenere tutte le previsioni utili a rapportare la futura azione
italiana di cooperazione ai modelli globali più avanzati, sia in ambito europeo
che in ambito multilaterale e G8. Per previsioni utili intendiamo la capacità
di agire in un quadro reale di semplificazione amministrativa, di effettivo
decentramento delle decisioni di spesa, necessarie a partecipare ai meccanismi
di coordinamento attivati nei paesi d’intervento, allo scopo di salvaguardare
la continuità degli interventi decisi d’intesa con i paesi interessati
all’azione italiana di cooperazione. In una parola: non basta finanziare un
Fondo come il GFATM se poi non ci dotiamo di un livello organizzativo minimo
necessario ad accompagnare – quindi monitorare - gli interventi co-finanziati
dall’Italia.
Il nostro appello è per una nuovo assetto
operativo frutto della piena consapevolezza del legislatore che a produrre
ritorni d’immagine importanti sono spesso più utili 100.000 euro spesi in loco
con rapidità, su istanza e a beneficio delle controparti locali, che interventi
20-30 volte più costosi ma soggetti a procedure di erogazione sempre più lente,
dall’esito spesso incerto, quando non forieri di contenzioso sul piano legale.
(Basti qui pensare agli effetti delle misure annuali di contenimento della
spesa messe in atto dagli organi di controllo).
L’esperienza italiana nel settore dei programmi
di cooperazione sanitaria, e il ruolo in essi delle unità tecniche locali e del
loro rapporto quotidiano con meccanismi multilaterali di coordinamento, sono un
esempio da tener presente e da far evolvere in ogni futuro assetto riformato.
Questo ci porta a fare un breve, ma necessario
riferimento al ruolo degli esperti della cooperazione. E’ nostra
convinzione che la cooperazione italiana, comunque organizzata, debba poter
contare su di un corpo di esperti potenziato rispetto all’attuale, regolato
nell’accesso da concorsi pubblici e organizzato su forme adeguate di
progressione economica e di livello, all’interno del ruolo. In nessun caso
si vorrebbe veder aggirare il dettato costituzionale del reclutamento del
personale mediante concorso. Rischio che vediamo insito nel meccanismo
dell’Agenzia.
Ricordiamo che uno dei motivi della crisi della
cooperazione sta nella mancata previsione di un meccanismo di carriera per il
decisivo ruolo degli esperti, basato su criteri meritocratici. A cui si
aggiunge il prolungato blocco delle assunzioni. Non sorprende se l'UTC sia
rimasta oggi con sole 22 unità di personale (di cui 5 rimasti in servizio ben
oltre i limiti dell’età pensionabile). Vedi nota in calce (5
raccomandazioni).
Al punto che se anche una riforma della
cooperazione fosse rimandata in questa congiuntura, andrebbero pensate misure
in tal senso, compatibili con l'attuale assetto normativo.
Crediamo infatti che, nonostante tutti i suoi
limiti, la legge 49, se effettivamente e pienamente applicata, avrebbe potuto
ottenere risultati assai più rilevanti. Come spesso succede nel nostro Paese, i
punti di forza di una nuova legge possono restare mere enunciazioni di
principio, come accadde per la 49 quando fu emanato un regolamento di
attuazione che re-interpretò a suo modo gli aspetti ambigui insiti nel testo di
legge. Ad esempio, la questione del riconoscimento dei presupposti di
straordinarietà, che fu utilizzata in numerosi casi per evitare le procedure di
gara per l'assegnazione degli interventi.
Per cercare di riepilogare tutto in una sintesi
conclusiva, vi sono alcune questioni di principio e di merito, nella
prospettiva di una riforma evolutiva della legge 49, che diplomatici italiani
ritengono irrinunciabili e che il testo finale di riforma dovrebbe contemplare:
1. Per fare cooperazione occorre essere completamente trasparenti. Va mantenuta
l'integrità di tutti i suoi soggetti, a tutti i livelli, di fronte alle
lusinghe esterne, a partire da quelle legate agli interessi economici che
gravitano attorno a questo importante filone di spesa pubblica.
2. La legge 49, replicando una grave lacuna della precedente legge 38, non
aveva previsto un sistema di controllo interno. E' mancato per troppo tempo un corpo
ispettivo sulle UTL e, in generale sugli interventi diretti e su quelli
affidati a soggetti terzi (a cominciare dalle agenzie del sistema ONU e
relativi Trust Funds). Si è cercato di porre rimedio a questa lacuna
tardivamente e in modo non del tutto soddisfacente.
3. Nell’ipotesi di un’Agenzia concepita come
stretto esecutore dell'indirizzo politico (una sorta di Dip.Co, incardinato nel
MAE), il profilo del capo dell'Agenzia non potrà essere né troppo altro né
troppo basso. Esso dovrà avere un bagaglio di competenze tecniche adeguate al
ruolo, ma anche riconosciute capacità diplomatiche e di coordinamento sia
all’interno sia nei confronti della struttura ministeriale di riferimento. Per
adeguare quest’ultima alle nuove esigenze, il MAE dovrà provvedere ad integrare
tutte le funzioni di cooperazione internazionale, ispirandosi anche
all’importante precedente messo in atto al Quai d'Orsay. La
rappresentatività dell’Agenzia in campo internazionale dovrebbe essere
assicurata da diplomatici di rango adeguato, con compiti di liaison
officers, in uno schema che salvi la coerenza complessiva e
l’unitarietà dell’azione italiana.
4. E’ pertanto da prevedere una presenza della
componente diplomatica a tutti i livelli del futuro assetto organizzativo della
cooperazione: sicuramente ai gradi iniziali della carriera, per un percorso di
formazione funzionale ai successivi adempimenti nei paesi d'intervento. Devono
essere offerte opportunità anche ai diplomatici di grado superiore, con nuovi
adeguati meccanismi di distacco, anche al fine di poter partecipare nel modo
più proficuo ai programmi o progetti di assistenza, quali ad esempio quelli per
il rafforzamento istituzionale finanziati dall’Unione Europea in favore dei
Paesi candidati o potenzialmente tali (nel quadro dello strumento di assistenza
pre-adesione, IPA), oppure in favore dei Paesi che beneficiano del nuovo
strumento di partenariato e vicinato (ENPI). Tali esperienze professionali
dovrebbero essere accompagnate dall’offerta di incentivi alla specializzazione
nell’ampio ventaglio delle materie dell'APS, e da un loro adeguato
riconoscimento ai fini dello sviluppo della carriera professionale.
5. La legge di riforma deve prevedere senza lacune una fase di transizione
ordinata dal sistema attuale di gestione a quello futuro, salvaguardando la
continuità degli interventi in corso.
6. Non sarebbe corretto né proficuo impostare un certo tipo di politica
italiana in un Paese o in un’area geografica e poi smentirsi adottando azioni
di cooperazione che vadano in una diversa direzione o che seguano diversi
presupposti. Pertanto, il messaggio centrale del SNDMAE, già emerso nel corso
del convegno congiunto con le associazioni sindacali di magistrati e prefetti,
tenutosi a Roma il 3 ottobre 2007, sotto l’alto patronato del Presidente della
Repubblica è il seguente: spesso la Pubblica Amministrazione italiana è stata
accusata di scarsa propensione al coordinamento: non pregiudichiamo uno dei
casi in cui quest’ultimo è invece ancora presente, in una fase in cui il
Ministero affari esteri è impegnato a riproporre la sua fondamentale funzione
al servizio di una migliore e più efficace proiezione internazionale
dell’Italia.
7. Circa l’indagine
conoscitiva sulla politica della cooperazione allo sviluppo e sulle prospettive
di riforma della relativa disciplina. Abbiamo esaminato la documentazione
inviataci dalla Segreteria della Commissione e se ci è consentito, avremmo
un’osservazione. Nell’ambito dell’indagine che codesta Commissione aveva
stabilito di avviare all’inizio dell’anno erano stati previsti eventuali
sopralluoghi per studiare la disciplina e l'esperienza realizzata in alcuni
paesi dell'Unione europea (quali Regno Unito, Francia, Spagna, Germania e
Svezia) e dei paesi maggiormente industrializzati (quali Usa, Canada e
Giappone). A tale riguardo, ci permettiamo di osservare che non viene
menzionata l’esperienza della Norvegia, paese non certo di secondo piano
tra i donatori in ambito OCSE. Paese che nella cooperazione ha sempre visto un
cardine della sua politica estera e, in definitiva, del suo modo di
relazionarsi con il resto del mondo.
Non vorremmo
infatti che l’assenza di riferimenti alla Norvegia riflettesse una scelta di esclusione a priori. Analoga omissione l’abbiamo notata nello studio comparativo
svolto dal Tesoro a metà del 2007, impostato su una selezione – in questo caso
sì - a priori del modello dell’Agenzia e dove ci si è limitati ad
esaminare tre sole esperienze europee: Francia, Regno Unito e Germania, paesi
che presentano similitudini rispetto all’esperienza italiana, ma anche
significative e spesso profonde differenze sul piano delle rispettive vicende e
prassi istituzionali. Noi riteniamo invece che l’approccio conoscitivo ad una
questione così importante non debba riflettere delle scelte a priori,
come se si dicesse : andiamo a conoscere soltanto quelle esperienze altrui
mirate a corroborare una nostra scelta politica predeterminata. E’ noto che la
Norvegia sia passata attraverso l’esperienza dell’Agenzia (la NORAD) per poi
rivedere radicalmente il suo modello, giungendo alla determinazione, già da
alcuni anni, di ricondurre le attività di cooperazione al Ministero esteri, senza
per questo sopprimere l’Agenzia, ma anzi lasciandole importanti compiti nel
settore della formazione, nell’aggiornamento professionale e nella gestione del
personale di cooperazione.
Pertanto, al fine di rendere l’indagine più
completa ed obiettiva, la nostra raccomandazione alla Commissione è quella di
includere un attento studio del caso norvegese, per comprendere le ragioni che
hanno portato alla revisione del suo modello organizzativo e se queste ragioni
attengano unicamente al caso di Oslo ovvero siano comuni agli altri due maggiori
donatori nordici: Svezia e Danimarca. Siamo convinti che così facendo ne
sarebbe fortemente rafforzata la credibilità dell’indagine stessa.
Altre raccomandazioni
specifiche :
1. controllo a livello
centrale del MAE sull’Agenzia- attraverso una Direzione Generale per la
Cooperazione a tutto campo (unificazione delle politiche di cooperazione allo
sviluppo e quelle della cooperazione economica multilaterale) che fissi le
direttive strategiche e funga da reale contrappeso all’Agenzia. L’ipotesi del
mantenimento dell’attuale configurazione organizzativa del MAE accompagnata
dalla soppressione della DGCS comporterebbe evidenti rischi di perdita di
controllo e supervisione su di un’Agenzia destinata comunque ad esercitare un
importante ruolo dal momento che avrebbe il controllo delle risorse
finanziarie;
2. controllo a livello
periferico - i nostri Ambasciatori nei PVS devono comunque poter esercitare
un potere di supervisione ed eventualmente di veto sui Responsabili di Unità di
Cooperazione all’estero. Esponenti dell’Agenzia britannica DFID e tedesca GTZ
ci hanno avvertito che qualora non vi sia un buon rapporto con le Ambasciate il
dualismo diventa inevitabile. Il fatto che all’art.14 comma 8 del nuovo disegno
di legge si esclude l’istituzione di strutture permanenti dell’Agenzia
all’estero lascia comunque ben sperare che non vi sia la volontà del
legislatore di creare tali dualismi;
3. valorizzazione
degli esperti - è essenziale prevedere una regolare progressione di
carriera con criteri meritocratici degli esperti, che dovrebbero entrare nei
ruoli dello Stato. Da rivedere la formula dell’ attuale contratto di tipo
privato: è incomprensibile tenuto conto che gli esperti hanno grandi
responsabilità con la gestione di ingenti genti fondi pubblici;
4. monito sulla realtà attuale
dell’UTC. Va sottolineata l’attuale drammatica carenza di organico degli
esperti (22 esperti UTC a Roma e 25 Direttori delle UTL rispetto alle 120 unità
previste dalla legge N.49) e la loro elevata età media (58 anni). A titolo di esempio
ricordiamo che all’UTC sono completamente scoperti in alcuni settori, in
particolare nelle discipline tecniche (un solo esperto in questioni
ambientali, una sola economista, una sola esperta in scienze statistiche, un
solo esperto specializzato nella valutazione dei programmi ONG promossi, una
sola esperta che segue le gestioni di genere, ecc.).
5. che il previsto concorso
per l’assunzione di trenta nuovi esperti si svolga in tempi rapidi e ciò a
prescindere dai tempi di approvazione della riforma della Cooperazione. Vi è
infatti il concreto rischio che la DGCS non sarà più in grado di dare seguito
alla decisione del Governo di aumentare gli stanziamenti destinati all’aiuto
pubblico allo sviluppo.
Nota di approfondimento sul precedente del GFATM in tema di Public Private Partnership
Un punto, questo, che (a chi vi parla) è
parso molto chiaro, nel corso della sua passata esperienza di ‘focal point’ per
la cooperazione italiana nel Consiglio d’Amministrazione del Fondo globale per
la lotta alle malattie epidemiche (o pandemie). Per limitarci all’esempio del
Board del GFATM, la presenza paritetica, a fianco ai Governi e agli organismi
multilaterali, di soggetti privati dotati di grandi disponibilità finanziarie e
di grande capacità autonoma di intervento, rappresenta ormai una tendenza
consolidata nelle attività di cooperazione prevalenti in questi ultimi 7-8
anni. Fa parte di un’evoluzione culturale di cui l’Italia farebbe bene a
recepire, nel modo più opportuno e incentivante, in una ottica di aggiornata
composizione della sua “constituency” di cooperazione a livello nazionale.
Anche qui giova ricordare che l’esperienza dell’Italia come co-fondatore del
Fondo Globale nel G8, ha costituito un valido precedente di partenariato tra
soggetti pubblici, privati e del terzo settore.
Esempi di approccio integrato
alla cooperazione e di nuovi ruoli per i diplomatici italiani:
I programmi o progetti di institutional
building, finanziati dall'Unione Europea. Particolarmente utili nel quadro
dei gemellaggi amministrativi (twinnings) tra l'amministrazione pubblica
italiana e quella dei Paesi candidati all'adesione all’ UE (attualmente
Croazia, Macedonia e Turchia) o dei Paesi potenzialmente tali (i restanti Paesi
dei Balcani occidentali). Da citare anche i progetti dell'UE finanziati
nell'ambito del nuovo strumento di vicinato e partenariato : ENPI (European
Neighbourhood & Partnership Instrument) che si rivolge all'Ucraina,
Bielorussia e Moldova e tutti i Paesi del NordAfrica e parte del Medio Oriente.
Sono da replicare le esperienze che alcuni
nostri diplomatici hanno avuto come Consiglieri pre-adesione, come nel caso del
Governo della Rep.Ceca (nel quadro di un twinning condotto dal Ministero
dell'Economia italiano). Esempio dimostrativo delle potenzialità di un
diplomatico con background giuridico-economico, messo in grado di offrire un
valido ed efficace contributo alla positiva realizzazione di un “twinning”.
(Interessanti ricadute nel quadro delle relazioni bilaterali).
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