Si propone di seguito l'introduzione al volume dell'Ambasciatore Roberto Ducci "Le Speranze d'Europa -carte
sparse 1943-1985", appena pubblicato da Rubbettino nella sua
collana di studi diplomatici.
Il volume, curato dal socio Guido Lenzi ed edito con il sostegno del
SNDMAE, raccoglie le più significative riflessioni e testimonianze, per lo più
inedite, di colui che è ricordato come il principale protagonista del
contributo della diplomazia italiana all'integrazione europea, prima, durante e
dopo i Trattati di Roma, di cui si celebra quest'anno il 50° Anniversario.
Particolarmente rivelatrici sono le indicazioni che ne traspaiono sulla
rilevanza delle convinzioni personali e dell'impegno dei singoli rispetto
ai ricorrenti nodi negoziali, alcuni dei quali persistono tuttora.
Il Ministro D'Alema, nella sua presentazione, sottolinea che "il
libro ripercorre quarant'anni di una costruzione europea che, dai suoi albori
sino ai primi anni ottanta, l'autore ha accompagnato da vicino, assecondandola
con la competenza dell'esperto e la passione dell'europeista adamantino quale
egli era. La sua lettura consente di comprendere e apprezzare l'impegno
convinto, costante, non di rado determinante che i governi e la diplomazia
italiani del secondo dopoguerra hanno assicurato alla realizzazione dell'Europa
unita".
Della sua opera di diplomatico, Ducci diceva di aver vissuto
"nella ingenua illusione di contribuire a sospingere in una certa
direzione la ruota della storia".
Roberto Ducci
“Le Speranze d’Europa”
(Carte sparse 1943-1985)
(ed. Rubbettino 2007)
Prefazione di GUIDO LENZI
Nel suo grave
smarrimento, può darsi che oggi l'Europa si spinga fino all'arresto e alla
paralisi del cantiere cui ha lavorato per cinquant'anni. Può darsi che scelga
l'inedia e il declino. Può darsi che la sua disposizione a illudersi e a farsi
male superi ogni precedente storico. Può darsi che la lezione di due guerre e
del rimedio poi inventato (da Monnet, Spinelli, Schuman, De Gasperi, Adenauer)
si riveli dimenticata in due generazioni. Può darsi, ma il passo che basta per
evitarlo è davvero piccolo.
Tommaso Padoa-Schioppa
Corriere della Sera, 6 febbraio 2004
Nel momento in cui, con il
Trattato costituzionale, l' Unione Europea ha ancora una volta invano tentato
di gettare il cuore oltre l’ostacolo, allargandosi al contempo come non mai, il
processo di integrazione continentale si intreccia con un radicale
riassestamento dei rapporti internazionali. Il disorientamento nelle opinioni
pubbliche si traduce in un riflesso difensivo, da agorafobia, nella riscoperta
egoista del più piccolo comune denominatore, nel rifugio in comunità locali
corrispondenti alle più immediate esigenze di ognuno, e nel riproporsi di
primordiali omogeneità etniche o altrimenti mono-nazionali. Anche in tal modo si
determinano delle equazioni non incrementali, bensì a somma zero o, peggio,
algebriche, fitte di variabili ed incognite che la diplomazia non può da sola
districare.
Identità, integrazione,
costituzione, approfondimento, allargamento, referendum, cooperazioni
rafforzate, conferenze intergovernative, direttorio franco-tedesco (e
britannico), moneta unica, politica estera e di difesa comune, rapporti
transatlantici, tali sono i temi politici di fondo che riaffiorano
periodicamente nell’Unione Europea, in termini sostanzialmente identici,
durante il cammino intrapreso mezzo secolo fa. Di tale pellegrinaggio l’Italia
fu dall’inizio artefice (il merito di De Gasperi non è stato ancora
compiutamente rivelato, anche se si è finalmente iniziato a porvi rimedio), traendone
più di altri evidenti benefici nell’imponente opera di ricostruzione politica
ed economica post-bellica e nel conseguente aggancio alle democrazie avanzate.
Quel che rimane ignoto ai
più è il determinante contributo che la diplomazia italiana ha sistematicamente
fornito all’edificazione dell’Unione, in una nazione sempre distratta da
incombenze di ordine interno. E' alla professionalità della nostra diplomazia
che si deve non soltanto la conduzione ma la stessa elaborazione della politica
estera repubblicana, impostata a maglie larghe da governi impacciati
dall'ostruzionismo di una sinistra massimalista, talvolta rabbonita ma mai
solidale attorno alle scelte di fondo. Per anni, gli italiani hanno trovato
sicurezza e prosperità in una navigazione sotto costa, negli argini protettivi
della NATO e della Comunità europea. Dopo il crollo della diga di Berlino,
siamo però ormai in mare aperto, nel si-salvi-chi-può di una profonda
riorganizzazione dei rapporti internazionali per iniziativa dei più determinati
(e non lasciamoci ipnotizzare dai soli Stati Uniti). Volgersi indietro per
meglio valutare il cammino percorso, fare i conti con il passato per
considerarne le direttrici è ormai manifestamente indispensabile e urgente per
estrarne continuità e legittimità a beneficio della politica estera nazionale.
L’Italia, maestra del compromesso e delle soluzioni temporeggiatrici, si trova
a disagio ora che bisogna spesso decidere sui due piedi e quindi programmare
per tempo. In un mondo globalizzato, dove le solidarietà atlantiche e
comunitarie non hanno più gli automatismi di una volta, uno sguardo al “come
eravamo” è la miglior guida per progredire nella definizione degli interessi
nazionali.
Bisogna ritrovare il marchio di
fabbrica di imprese distanti soltanto un paio di generazioni, riproporre le
ragioni originarie dell’integrazione europea, e dell’impegno americano che l’ha
resa praticabile. Le cronache politiche si perdono invece nelle impuntature di
alcune capitali da sempre restie a concedere spazi al multilaterale, della
comprensibile riluttanza di altre a seguirne l’esempio, e della risultante
tensione nei legami transatlantici, mentre i nuovi arrivati sopravvissuti alle
miserie del socialismo reale perseguono soprattutto concreti vantaggi economici
e sociali. Per tutti, uno sguardo retrospettivo, e pertanto introspettivo, può
produrre un effetto catartico molto più efficace di qualsiasi retorico slancio
ideale. Si potrebbero ripubblicare e diffondere le memorie di Monnet o, da noi,
le riflessioni di Sforza e di Spinelli, le “prediche inutili” di Einaudi (chi
mai li ricorda più?). Si può però anche, come in un libro di avventure,
ripercorrere i resoconti degli addetti ai lavori di allora, e scoprire che le
loro fatiche non erano affatto dissimili da quelle odierne, anzi che la storia
si ripete pigramente, complice ormai anche il sopravvenuto benessere.
Uno degli artefici di tali vicende
internazionali, un comprimario di eventi che videro l’Italia in prima linea fu,
per generale raro riconoscimento tanto alla Farnesina quanto nelle Cancellerie
europee e americane, l'Ambasciatore Roberto Ducci, autore degli scritti qui
raccolti. A maggior lustro di una diplomazia, la nostra, che per decenni è
stata fra le più disinteressate e pertanto più persistente, per la prolungata
riluttanza dell’istinto “consociativo” nazionale a individuare e persino ad
ammettere l’esistenza di interessi nazionali forti, ma fa invece affidamento
sulla persuasione e la sedimentazione. Distribuite su un percorso
quarantennale, le cronache, i giudizi, le riflessioni, le esortazioni
ostinatamente prodigate da Ducci rappresentano uno spaccato di quelle “speranze
d’Europa” emerse dalla duplice catastrofe bellica del secolo scorso, alle quali
si intrecciano le rinnovate “speranze d’Italia” di risorgimentale memoria,
ambedue a tutt'oggi alquanto deluse.
Le invocazioni di Roberto Ducci,
insistenti ed ostinate, partivano da molto lontano. Da giovanissimo,
funzionario diplomatico a Palazzo Chigi, il figlio di Ammiraglio, nella sua congenita irrequietezza fisica
e mentale, Ducci si rese conto che “un’Italia che non abbia un ancoraggio
esterno è un’Italia che –lo sappiamo dai libri di storia- si disperde e si
sfalda”. Da Brindisi e poi da Salerno dove aveva seguito il governo
provvisorio, egli si adoperò per mobilitare le menti più lungimiranti,
nell’urgenza di ricollocare la nazione martoriata fra quelle che una impresa
integrativa europea avrebbe dovuto accomunare . Questa raccolta contiene i più significativi proclami di quel periodo che,
sotto pseudonimo, egli diffuse per riorganizzare la riflessione politica nel
momento dello smarrimento e di riaffioranti tentazioni neutraliste.
Incoraggiato dal Ministero degli
Esteri, Ducci fondò e diresse “Politica Estera”, una rivista che ebbe vita
breve ma grande risonanza nel propagare considerazioni non dissimili da quelle
che animeranno Monnet, prima del sopravvento dei condizionamenti politici
conseguenti alla “svolta di Salerno” (eppure lo
stesso Ercoli/Togliatti era stato ospitato in quei fascicoli). Non pago, Ducci collaborò
anche, sempre sotto pseudonimo, a “Il Cosmopolita”, "La Città
Libera", "Mercurio", “Globo”, “Libera Stampa” ed altre testate
presto scomparse. Nel 1946 è membro della delegazione alla Conferenza di pace,
ciò che gli consente di mettere mano anche al discorso di De Gasperi che avviò
la risalita dal baratro. Le sopravvenute ambiguità della vita politica
nazionale lo distolsero poi dalla tentazione di dedicarvisi direttamente. La
sua indole lo porta invece nell'agone diplomatico multilaterale della NATO e
poi dell’OECE a Parigi, e poi a presiedere il Comitato per la redazione dei
Trattati di Roma. Anche quando le peripezie della carriera lo vedranno
ristretto in sedi bilaterali, come Helsinki (dalla quale riuscirà però ad
evadere per il tempo necessario a partecipare al negoziato per l’ingresso della
Gran Bretagna nella Comunità), e poi Belgrado, Vienna e Londra, egli non cessò
mai di pubblicare articoli e saggi destinati a combattere ogni pubblico torpore
sui temi di politica estera del momento. Grande fu la sua amarezza quando,
andato in pensione, non riuscì ad essere eletto al Parlamento Europeo,
scoprendo di essere stato soltanto assoldato dalla macchina elettorale del
partito cui si era affidato.
Amante dell’arte e della musica, oltre che della letteratura, egli si proponeva come umanista di
stampo rinascimentale. Esigente in primo luogo con sé stesso, impaziente,
talvolta arrogante, anche snob, egli si riteneva in dovere di spronare i suoi
stessi colleghi con la parola scritta e l’esempio, piuttosto che con
l’esortazione verbale. Anche fra i suoi collaboratori più stretti, egli non
ebbe pertanto allievi, soltanto emuli. In un cammeo, egli definisce Monnet come
“inventore di idee, elaboratore di metodi, persuasore efficace nell’ombra del
colloquio a quattr’occhi”, una descrizione del diplomatico di razza nella quale
palesemente Ducci stesso si riconosce. Memorabili, ma purtroppo per la maggior
parte dispersi sono andati i suoi Carissimi Amici, le lettere personali mediante le quali, ancor prima di diventare Direttore Generale per gli
Affari Politici, egli condivideva con i suoi principali colleghi al Ministero e
in sedi estere le sue esperienze, sensazioni, convinzioni, nel tentativo, non
sempre corrisposto, di costruire una specie di rete diplomatica parallela a
quella ufficiale, che avrebbe alimentato con i risultati di quell’interscambio
informale. Un metodo che è andato perduto.
La testimonianza più consistente
di questa antologia, quella che l’Autore avrebbe voluto originariamente pubblicare
con il titolo apocalittico di “la resa d’Europa”, si riferisce ai negoziati a
Nove nel semestre dall’ottobre 1972 all’aprile del 1973, in quel controverso “Anno dell’Europa” che rappresentò la riedizione kissingeriana riveduta e
alquanto corretta della visione kennediana di una “equal partnership”
transatlantica. La Guerra del Kippur ed il blocco petrolifero arabo si
incaricarono comunque subito di vanificare tale rinnovato tentativo. Ne emerge
un resoconto disincantato che può servire da ammaestramento per valutare,
trent’anni dopo, in condizioni necessariamente diverse ma non dissimili nella
sostanza, quanto persistenti siano le pulsioni di fondo degli artefici
dell’interminabile epopea europeistica. In tutto ciò spiccano i ritratti dei
protagonisti, alcuni fulminei (Monnet, Acheson, Maurice Schumann), altri più
elaborati, a tutto tondo (De Gaulle, Pompidou, Nixon e i suoi rapporti con
Kissinger, Brandt e la sua Ostpolitik, Schmidt) e la palese simpatia per
certi suoi contemporanei (Heath).
Le riunioni erano anche allora pervase dalla sensazione che non si
sapesse bene dove andare ma, dice Ducci, si riteneva necessario andarci a tutti
i costi. Dell’intera impresa europea, egli precisa che “fu un’impresa iniziata
per debito di coscienza […] a metà strada fra il disinteresse e lo scetticismo
dei più”, compito tipicamente affidato ai diplomatici, “apatrides,
cospiratori sprovvisti di legittimità popolare”. Molto di quell’ottimismo della
volontà parrebbe essersi perso per strada. Nonostante l’Atto Unico, il Mercato
Unico, la Moneta Unica, Maastricht, Amsterdam, fino al Trattato costituzionale,
le capitali d’Europa continuano a procedere a fatica lungo l’unica strada
percorribile, sospinti da residue esigenze funzionali ma nella dispersione
delle tensioni politiche ideali, nel piccolo cabotaggio tipico di società
soddisfatte, impigrite o impaurite.
Gli ammaestramenti del passato potrebbero quindi ridarci coraggio. La
narrazione contenuta in questo volume di “carte sparse”, nel loro moto
alluvionale, in una successione di squarci rivelatori e lampi premonitori,
nelle improvvise digressioni, flashback ed anticipazioni, nella foga di
collegare, intersecare, spiegare, costituiscono la conferma che nel fluire
casuale della Storia le circostanze, le occasioni si ripropongono in un
movimento serpentino, talvolta a spirale, non sempre ascendente e spesso
circolare (“abbiamo degli abbozzi di monumenti –ci dice Ducci in una delle sue
folgoranti iluminazioni- che non si comprende bene se siano costruzioni in
corso o ruderi abbandonati, in una Europa incompiuta”). Ma la mente esige che
un filo conduttore razionale sia dato anche a quello che non ne ha (“in una
risposta fideistica –dice ancora Ducci - piuttosto che razionale, … nel che non
vi é niente di male e anzi molto di auspicabile, purché i leader politici
conservino il loro freddo giudizio”. Ducci descrive l’europeista come “uomo di
sogni insaziabili, di moti della fantasia di poeti e profeti, anche se calati
sulla terra da mercanti ed avventurieri”. Della reazione europea all’egemonia
americana, sentenzia che essa è “resa tollerabile dalla declamazione rituale di
ambizioni nazionalistiche superate e di una superiorità intellettuale da
greculi del primo secolo avanti Cristo”; il che non gli impedirà di impegnare
Kissinger in appassionate dispute. Di oggi, si può ancora dire come Ducci del
fatidico 1968, che “sia l”Europa di Monnet che quella gaullista [sono]
congelate, come esploratori spaziali di un lungo viaggio interplanetario”.
La logica della storia, con le sue costanti, continua a riproporsi
ricorrentemente, in un alternarsi di periodi visionari, utopistici e
destabilizzanti (l’imagination au pouvoir, appunto) con altri piuttosto
gestionali, tendenzialmente stabilizzatori e rassicuranti. Con Ducci, ne
riscopriamo l’incedere spasmodico, talvolta casuale, sempre deviato da
obiezioni e ripensamenti, ma anche sospinto da improvvise accelerazioni per lo
più dovute ad eventi traumatici (come la Guerra di Corea, Suez e Budapest, il
Sessantotto, oggi l’Irak dopo il crollo del Muro), talaltra a freddo (come la
Convenzione costituzionale e lo stesso allargamento, che non si potevano non
fare ma bisognerà ora organizzare, proprio come l’Italia unita di d’Azeglio).
Ne risulta, nella descrizione di Ducci, un andirivieni di percorsi mentali, a
volte convulso, spesso disteso, nell’evoluzione delle molteplici intenzioni
politiche e degli eventi (le hazard et la necessité teorizzati da
Monod).
Le tre costanti del suo pensiero sono sempre state il perseguimento di
un rapporto paritario fra Europa e Stati Uniti, l’europeizzazione del problema
tedesco, e l’evoluzione della Comunità europea verso un’entità politica
distinta (dotata del deterrente nucleare messo a disposizione -in trust,
come ebbe a dire Heath- da britannici e francesi). I rapporti bipolari lo
preoccupavano meno, fiducioso com’era della funzione statunitense in Europa (da
Direttore degli Affari Politici, egli seguì da principio con scetticismo e
pertanto distrattamente lo stesso processo della CSCE avviato nel 1975 ad Helsinki,
riconoscendovi però a posteriori l’iniziale conseguimento dei suoi obiettivi
europeistici di fondo). Alcune riflessioni possono apparirci superate dagli
eventi, come appunto quella sulla dignità nucleare fra europei e a beneficio
dell’Europa unificata.
Altre sono di rinnovata attualità, come quelle di un Segretariato del Consiglio
UE e degli strumenti per l’elaborazione di una politica di difesa. Le sue
analisi fungono comunque ancor’oggi da utili sensori e rivelatori dei
persistenti diversi istinti politici nazionali. Sempre fra le righe, in un
misto di stizza e di rassegnazione, le fulminee descrizioni dell’atteggiamento
italiano, presentato variamente come petulanza, ingenuo zelo, riluttanza ad
esporsi, tratti che, nelle ricorrenti titaniche dispute, si traducono
invariabilmente in una nostra emarginazione. “L’Italia –osserva Ducci
sconsolato- che gioca soltanto di rimessa, ed il cui Dio sta nel dettaglio”. Ma
egli non é meno critico dei sacri egoismi e delle conseguenti grettezze degli
autoproclamatisi grandi, né con le più generali dimostrazioni di pavidità,
gelosia, passività ed ignavia.
Ne risulta nel complesso una denuncia senza mezzi termini diplomatici
della “impotente presunzione” degli europei, della loro “moralistica ipocrisia
di bottegai falliti” e dell’improvvido “rischio che l’unità si faccia in
contrapposizione all’America”, fintanto che gli Europei saranno attestati su
un’altra lunghezza d’onda, in attesa di una parità che l’alleato transatlantico
non è certo disposto a concedere, ma semmai a riconoscere qualora abbia a
manifestarsi nell’azione. A Washington, ora come allora, preme quindi
soprattutto di “frenare i cedimenti europei” (come Ducci annota alla vigilia
dell'Atto di Helsinki del 1975, che rappresentò uno spartiacque non meno drammatico,
anche se meglio sceneggiato, di quello odierno). Gradualmente si espande però,
quasi sedimentalmente, quella Cooperazione Politica Europea (CPE), di cui Ducci
assieme al belga Davignon fu l’artefice e che rappresentò l'embrione
dell’odierna più elaborata ma non ancora compiuta Politica Estera e di
Sicurezza Comune (PESC). La CPE consentì infatti all’Europa diplomatica di
avanzare dietro le quinte di quella politica e pubblica, al riparo dalle grandi
questioni teologiche (sicurezza comune, federazione) che rimangono irrisolte.
A dimostrazione del fatto, se ce
ne fosse veramente bisogno, che non siamo sul limitare di un territorio
inesplorato, quello che le antiche carte etichettavano con un “hic sunt
leones”. La strada da percorrere é stata tracciata più volte, e questo libro ce
lo dimostra. Tutto ciò che vi era da dire è stato detto da tempo e che ciò che
fa tuttora difetto sono decisioni che prescindano da sondaggi d’opinione, il
cui scopo è in realtà dilatorio se non un alibi per l’inazione. Questo che
stiamo vivendo è invece un altro momento decisivo nel riordinamento dei
rapporti internazionali, una di quelle Sternstunden descritte da Stefan
Zweig come momenti-cerniera della Storia. Eppure manca la volontà di chiarire i
termini delle questioni sul tappeto, nella renitenza ad ispirare l’opinione
pubblica, e nella conseguente leadership per sondaggio d’opinione dei quali la
politica tende pertanto a rendersi succube, in un malinteso o malintenzionato
omaggio alla democrazia formale.
Al crepuscolo della sua vita,
vent’anni fa, Ducci descriveva in Europa “il decadimento di vitalità, la
frustrazione da impotenza, la tentazione di neutralismo, la sindrome di
antiamericanismo e, per reazione, lo sbandare dell’America verso
l’unilateralismo imperiale”, una concatenazione che le più recenti vicende
tendono a confermare. Contrapponendo il quieto vivere dell’Europa occidentale
all’attivismo americano, egli ammoniva lapidario che “certo bisogna vivere e
quanto meglio si può, ma prima bisogna sopravvivere”, mentre “al bivio di
Ercole, la libertà tende a prendere la strada del comodo benessere, non quella
della sicurezza; l’egemonia americana veglia all’essenziale: proprio questo
imperio assolve da sforzi e sacrifici che la fredda lama della responsabilità
indicherebbe altrimenti immancabili”. L’Europa non è forse più fra il martello
russo e l’incudine americana, suoi elementi federatori esterni degli ultimi
cinquant’anni. Ma l’ossessione che animava Ducci è diventata per ciò stesso
ancor più impellente, quella della necessità di una Europa potenza e non mero
spazio, con una propria dimensione militare e pertanto politico-decisionale,
“per partecipare al giuoco mondiale d’influenza”, come egli diceva.
Sconsolato, registrava invece
"il pericoloso miscuglio di tentazione isolazionista nel popolo americano,
di tentazione protezionista e introversa nella Comunità, di tentazione
generalizzata nelle opinioni pubbliche occidentali di porgere orecchio al canto
disteso delle sirene del pacifismo”. Nihil novi, come si vede. Poeta
quale anche era, egli esortava a considerare che “l’avvento dell’età della
prosa non basta a spiegare da solo la caduta della tensione ideale, il rifiuto
di andare al cuore della realtà, la rinuncia ai grandi obiettivi”. Preoccupato
di divulgare e coinvolgere, convinto delle virtù taumaturgiche insite nei
rapporti internazionali, mai dogmatico né banale, sempre scrupoloso
nell’analisi e nell’interpretazione dei fatti, egli si proponeva di stimolare
il dibattito pubblico in una nazione che sapeva incline ad adagiarsi nel
compromesso, nel quieto vivere, mentre il mondo circostante esigeva, allora
come ora, la riscoperta delle migliori qualità nazionali. Se avesse fatto a
tempo a vedere le bandiere arcobaleno che qualche tempo fa tappezzavano
l’Italia (soltanto l’Italia, in tali proporzioni plebiscitarie), egli avrebbe
probabilmente giudicato che esse, forse inconsciamente, significano soprattutto
“lasciatemi in pace!”. Non dissimile da quella vignetta in cui, dopo il
fatidico Undici Settembre, Altan fa sospirare ad una delle sue ragazze
discinte, dagli occhi color cielo, “ chissà quanto tempo ci vorrà per poter
ricominciare a non pensare, come ai bei tempi!”. L’istinto di società appagate,
distratte ed indifferenti, al quale Ducci mai si rassegnò.
La vocazione europeistica di Ducci
era in definitiva il prodotto del suo patriottismo. Alla carriera diplomatica,
confessò, egli si era dedicato per “mantenere fede alla promessa che ci siamo
fatta … di presentare l’Italia come un titolo di borsa quotato un poco al di là
del suo effettivo valore”. Questo volume è a modo suo la descrizione di una
storia d’Italia parallela, dell’affiorare ed affermarsi dell’idea di Europa in
un’Italia sempre in affanno, alla rincorsa degli altri, in un misto di
presunzione e di leggerezza. Ducci non fece in tempo a vedere il crollo del
Muro, né tanto meno quello delle Torri gemelle. Ma le sue visioni ed
ammonizioni nulla hanno perso della loro validità. Perché il suo impegno non
vada disperso, basterebbe non perdere il senso di direzione, i termini di
riferimento che egli ripetutamente tracciò nell’esortare l’Europa ad essere di
nuovo “capace di assumere il proprio destino”.