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Risposta a La Voce.info sui visti
d’ingresso
e controreplica dell’autore
28-06-2007
Le peripezie italiane del signor Wang
Andrea Villa
Immaginiamo un signor Wang e un signor Higuchi che per lavoro debbano venire in
Italia. Per entrare nel nostro paese devono fare richiesta all’ambasciata
d’Italia nel loro paese di un visto di ingresso per motivi di affari,
che ha durata massima di novanta giorni. Per ottenerlo, devono produrre una
serie di documenti, dimostrando anche di disporre dei mezzi economici per
affrontare il viaggio. Non vengono però fornite loro certezze sul
rilascio, né sui tempi, che in pratica risultano molto variabili, a seconda
della sede diplomatica e della stagione. Il risultato è che molti signori Wang
e Higuchi scelgono di entrare in Europa da altre strade, in primis dalla Germania, e in Italia non ci arrivano mai. Con loro, il signor Rossi
perde i loro investimenti e anche altre opportunità, diventando ogni giorno un
po’ più povero.
Il permesso di soggiorno del manager
Un secondo caso riguarda il distacco in Italia di manager (e personale
specializzato) che curano l’avviamento di un’attività nel nostro paese:
in questo caso il signor Wang e il signor Higuchi, dipendenti dell’azienda
presso sede estera, se hanno qualifiche particolari, possono evitare i vincoli
legati ai flussi contingentati, ma devono comunque percorrere un iter lento e
tortuoso. Le loro aziende presentano domanda allo Sportello unico per
l’immigrazione, presso le prefetture, che poi trasmette il nulla osta
all’ingresso al consolato italiano competente. Arrivati in Italia, il signor
Wang e il signor Higuchi devono poi richiedere il permesso di soggiorno, da
trasmettere alla questura locale, attraverso le Poste. Questo percorso, che può
durare molti mesi, presenta tre tipi di problemi: il numero di
interlocutori, i tempi e soprattutto l’incertezza in cui viene lasciato
l’aspirante espatriato.
Per certi versi, la situazione sta lentamente migliorando, ad esempio, prima
dell’istituzione dello Sportello unico, le pratiche erano due, una per la
questura e una per la Direzione del lavoro, e il tramite delle Poste (che ha
moltiplicato gli sportelli) evita le code disumane fuori dalle questure. Ma
inizialmente, l’innovazione di una procedura causa spesso il blocco
della macchina burocratica. Cosa che si è puntualmente verificata: fra
l’istituzione dello Sportello unico per decreto e la sua operatività sono
trascorsi mesi, cioè il tempo necessario (ampiamente variabile, a seconda delle
province) agli uffici coinvolti per riorganizzarsi e adeguarsi alla nuova
normativa.
Più recentemente, è stata la creazione del permesso di soggiorno elettronico (Pse), a bloccare di fatto la procedura per tre o quattro mesi, con il
risultato che un’innovazione introdotta per agevolare il signor Wang e il
signor Higuchi, ha invece bloccato i loro permessi, allungando ulteriormente il
tempo loro necessario a ottenere il visto.
Tre cose da fare
Da queste analisi, benché sommarie, si possono trarre tre spunti per
l’agenda dell’esecutivo. Occorre in primo luogo adeguare l’organizzazione della rete diplomatica, che a oggi è lo specchio di necessità del passato, con
una presenza capillare in paesi che hanno attratto gli emigranti italiani nel
secolo scorso (come il Sud America) e un presidio leggero delle nuove economie
asiatiche. è sintomatico che il sito web del ministero dell’Estero enumeri
sessanta sedi fra consolati, vice-consolati e agenzie onorarie, in Argentina e
appena quattro in Cina.
Occorre poi dedicare attenzione all’intero processo di implementazione, quando
si mettono in cantiere adeguamenti normativi: anche provvedimenti corretti,
possono produrre effetti disastrosi se il legislatore trascura le difficoltà a
cui deve fare fronte la macchina burocratica per adeguarsi. Fra i principi del
buongoverno c’è quello di cambiare le regole il meno possibile. Ma quando ciò è
inevitabile, sembra utile prevedere momenti di verifica o test sul campo (magari su una o due province), prima di estendere l’applicazione
della nuova normativa a tutto il territorio.
Infine, è necessario andare incontro alle esigenze degli utenti, allargando
l’impiego di due attrezzi ormai di uso comune nel mondo attuale, ma il cui
rapporto con la burocrazia amministrativa è delicato: l’inglese e l’informatica.
I moduli per il signor Wang e il signor Higuchi sono oggi solo in italiano e di
carta. Realizzare materiale esplicativo, renderne disponibili al pubblico
traduzioni in lingua, magari via web, contribuirebbe all’efficacia del
processo. Qualche prefettura aveva fatto dei tentativi in questo senso; ora è online l’utile sito www.portaleimmigrazione.it,
realizzato dalle Poste con il ministero dell’Interno. Un modello di riferimento
può essere il sito inglese: www.workingintheuk.gov.uk.
Oltre che nel front-end, l’informatizzazione deve essere introdotta
anche nel back-office. Per realizzare il collegamento informatico fra
gli uffici amministrativi coinvolti, che è l’unico modo per ridurre i tempi per
il passaggio di documenti che oggi viaggiano sotto forma di faldoni cartacei, è
necessario un investimento di risorse e una modifica dei regolamenti che
limitano l’apertura di connessioni all’interno della stessa amministrazione.
In conclusione, le politiche di attrazione degli investimenti diretti esteri devono essere mirate, oltre che ad attività di comunicazione e promozione,
all’accoglienza dei cittadini stranieri, attraverso la leva del servizio. Un
primo, urgente, passo consiste nel mettere le strutture coinvolte - prefetture,
questure, uffici provinciali del lavoro e sedi diplomatiche - nelle condizioni
di garantire loro un accesso veloce e sereno.
Dirigente di ITP- Invest in Turin and Piedmont. L'articolo e le opinioni in
esso contenute sono presentate dall'autore a titolo personale e non sono
pertanto necessariamente attribuibili all'ente dove lavora.
***
Intervengo a nome
dei diplomatici iscritti al SNDMAE, sindacato autonomo dei dipendenti del
Ministero affari esteri.
L'analisi di Andrea
Villa tocca molti punti critici, ma essendo sommaria, rischia di indurre in
errore i lettori. Come si fa, ad esempio, a scrivere che il sig.Higuchi
deve venire per "lavoro" e quindi chiede un visto per
"affari" che è cosa completamente diversa? L'uno è "nazionale" e di lunga durata (fino a 365 gg) e l'altro è Schengen, di breve durata
e fino a 90gg. L'uno esige un nulla osta dallo Sportello Unico presso la
Prefettura e l'altro viene valutato solo dalla Sede diplomatica/consolare. La
quale, tra l'altro, non ha nessun obbligo di motivare il divieto, perché
la legge non lo prevede per i dinieghi per affari e turismo; diverso è il caso
per altre tipologie per le quali occorre motivare; teniamo però presente che
diversi Partners Schengen non motivano mai né offrono possibilità di appello,
mentre da noi c'è pur sempre il TAR.
Villa afferma che,
essendo noi troppo severi, il sig.Wang si rivolge allo sportello
tedesco. Errore! Il problema n.1 per i visti 'affari' è avere la
certezza che il tizio presentatosi allo sportello sia veramente
un operatore economico-commerciale, non un venditore di caldarroste, un
aspirante clandestino o peggio. Ciò detto, va riconosciuto che i
tedeschi hanno un sistema camerale molto efficiente e i visti 'affari' sono di
fatto gestiti dalle loro Camere di Commercio a Pechino, a Teheran, ecc.,
tutte messe in grado di accertare la condizione di operatore economico. Ma si
tratta di un sistema del tutto diverso da quello italiano. Nel caso dei
visti, le Camere tedesche sgravano le loro sedi diplomatiche di
tutto il lavoro ricognitivo. Un lavoro che, nel caso
italiano, rimane invece a carico dei nostri sportelli consolari,
coadiuvati da nostri uffici commerciali o dall'ICE, ma soltanto là dove
sono presenti. In secondo luogo, i tedeschi richiedono un invito molto
dettagliato (circa 4 pagine) da parte di chi riceve l'operatore economico
in Germania. Perciò, nel caso in cui le cose vadano storte, la
persona (o impresa) residente va incontro a serie conseguenze penali.
Se ad esempio l'ospite si dilegua, Herr Muller si vede arrivare la polizia e
passa i guai suoi; da noi invece non succede assolutamente nulla, perché la
legge non fornisce questi strumenti alle forze dell'ordine (l'art.11 del Testo
Unico è tutt'altra cosa).
Ciò detto, le nostre
sedi diplomatiche più attrezzate effettuano frequenti controlli
e dettagliati confronti con i requisiti e i tempi richiesti dai principali
Partners. Il Centro visti della Farnesina ci assicura che siamo spesso in
linea coi migliori. Se ad esempio sui passaporti dei richiedenti non c'è
alcun visto tedesco o francese, ciò assume un rilievo significativo
nella concessione del visto da parte italiana. Di conseguenza, la classica
frase "allora vado a chiedere il visto dai tedeschi che me lo danno
subito" è spesso e volentieri una bufala e un bluff (anche perché
poi si scopre che il tizio dai tedeschi proprio non c'è andato...).
A parte
questo e a parte il fatto che la Germania e la Francia hanno tutt'altre
risorse rispetto alle nostre, resta il fatto che 1) negli ultimi 4 anni siamo
passati da 850mila visti a 1.200mila, con un aumento medio del 10% annuo;
quest'anno il nostro sistema è destinato a sperare la soglia del
milione e mezzo di visti con un aumento tra il 25 e il 30%. Il tutto a risorse
costanti. Non so quale azienda possa vantare simili risultati - e infatti
i nostri addetti sono allo stremo! - ; 2) per quanto riguarda i visti per
affari, per i primi 5 mesi del 2007 si registra un +13,02% rispetto allo
stesso periodo del 2006 (da 67.180 a 75.928) e il lavoro subordinato sale
a +191,98% (da 26.148 a 76. 348) nel quadro di un aumento generale del
23,44%. All'occorrenza, avrei altri dati da citare, ma forse ai
nostri pazienti lettori possono bastare questi.
Quanto
sopra non esclude che il servizio offerto sia in molti casi
obiettivamente carente. Citando le cifre degli incrementi
registrati non dobbiamo concludere che
tutto-va-nel-modo-migliore-possibile. Se in talune sedi si è aumentato del 500%
i visti per lavoro subordinato, ma si danno appuntamenti dopo settimane o mesi,
vuol dire che le cose non vanno. (Di sicuro, non vanno bene dal punto
di vista del pubblico).
Ma questi sono problemi
risolvibili soltanto se ai nostri uffici all'estero si daranno dei reali
strumenti di gestione. Il Sindacato dei diplomatici italiani li chiede
da tempo, attraverso la sua proposta di "bilancio di sede",
elaborata con la consulenza di autorevoli esperti vicini alla Corte dei Conti.
Per saperne di più faccio rinvio al nostro sito web. A che pro ?- direte voi. Ebbene, una
nostra ambasciata in un paese extra-europeo ci segnala che, grazie
all'aumento dell'800% dei visti, in questo primo semestre dispone
di 70.000 euro di percezioni consolari, il doppio di quanto Roma le ha
assegnato - per tutto il 2007 - per le spese di funzionamento,
manutenzione e sicurezza. Se le nostre ambasciate fossero autorizzate a gestire
in proprio anche solo una parte di quelle percezioni, sarebbe la
vera svolta epocale.
Per il resto, dal
2002 vi sono corsie preferenziali e linee dedicate, da anni sono operanti
istruzioni di collaborazione organica con l'Ufficio Commerciale di
ciascuna ambasciata e con l'ICE, circa 50-60 sedi operano con efficaci (e
talvolta assai sofisticati) Call Centers. E' stato inoltre dato
un forte impulso ai visti pluriennali (alcune decine di migliaia): il che
significa che appena il nostro sig.Wang non è un PincoPallino qualsiasi gli
viene proposto un visto della durata da 1 a 5 anni.
Quanto ai Permessi
di soggiorno, non essendo una competenza diretta del Ministero Esteri, meglio
sorvolare. La descrizione di Villa, in questo, ci pare benevola. Che
l'Italia faccia di tutto per scoraggiare gli stranieri (e non solo le povere
badanti ucraine) è un dato evidente. Pensate che mentre al nostro Centro Visti
si stanno scervellando per cercare corsie preferenziali, focal points
e altri marchingegni, per facilitare le procedure ai tecnici della Boeing che
verranno in Italia nel quadro di maxicommessa ottenuta da Alenia,
ebbene, gli americani sono in grado di rilasciare dei visti per affari con
validità decennale, nel giro di 2 giorni! Poco meno fanno tedeschi e olandesi,
i quali consentono agli stranieri non soggetti a visto breve
Schengen (coreani, giapponesi, americani ecc.) di arrivare in Germania
senza visto, appunto perché ne sono esenti fino a 90gg, e poi, nel caso in cui
si presentino opportunità di studio, di ricerca o di lavoro, di regolarizzare
la loro situazione sul posto, ricevendo un Permesso di soggiorno valido per 3
anni. Noi invece dobbiamo rimandare il malcapitato in Corea o in
Giappone, farlo attendere mesi per avere il Nulla Osta e fargli prendere un
visto per Lavoro subordinato, per poi dargli un Permesso di soggiorno dopo
alcuni mesi!
Dato che gli sportelli
visti sono quasi sempre collegati a quelli consolari, è allora
il caso di ricordare quali sono i problemi della nostra rete consolare,
afflitta dalla logica del fare tutto a costo zero, per cui per aprire da
una parte si è costretti a chiudere dall'altra, in una situazione in
cui gli uffici rimangono oberati da carichi di lavoro mostruosi, dovuti in
buona parte alla più demagogica legge sulla cittadinanza che ci si potesse
inventare. Con quel che ne consegue sul piano della gestione pratica
dell'anagrafe elettorale e del voto all'estero.
Va detto, in questo
contesto, che i 60 uffici di seconda categoria (cioè onorari)
operanti in Argentina non hanno nulla a che vedere con i visti, ma svolgono
compiti sussidiari per sbrigare pratiche anagrafiche o di stato civile dei
numerosi connazionali non sempre in grado di raggiungere l'Ufficio di prima
categoria (cioè quello direttamente rispondente a Roma). La normativa vigente
vieta a consoli, vice consoli e agenti onorari di gestire una materia delicata
come quella Schengen. I decreti che nominano tali operatori attribuiscono loro
funzioni del tutto limitate e pertanto l'eventuale apertura di
uffici consolari onorari in Asia non gioverebbe affatto in termini di
smaltimento dei visti in Estremo Oriente.
Certo, balza
evidente la sproporzione tra i 12 consolati in Svizzera e le 3 sedi
(Ambasciata compresa) in India e le 4 in Cina (compresa l'Ambasciata e Hong Kong). Lo squilibrio c'è e va rivista la consistenza e
distribuzione della nostra presenza consolare nel mondo. Come SNDMAE noi
sosteniamo che il riequilibrio non si deve fare peggiorando il livello dei
servizi dovuti ai connazionali residenti in Svizzera e in altri paesi
d'Europa. Secondo noi la vera soluzione passa attraverso un investimento
capillare nell'informatizzazione degli archivi consolari, nella messa in
rete dei dati, nella trasformazione, ove necessario, di
alcuni consolati in agenzie consolari, finanche onorarie, con la
conseguente riassegnazione di personale di ruolo e a contratto là dove
veramente serve, secondo una politica delle risorse umane che dia la
priorità alla formazione sul piano informatico del personale
tecnico-amministrativo e alla verifica periodica del suo rendimento, con
un sistema credibile di incentivi e disincentivi.
In tutto questo,
la rete dei nostri 512 consoli onorari ha subito pesanti e ripetuti
tagli delle ultime Finanziarie. La Farnesina non è in grado
di ripartire più di un milione e mezzo di euro l'anno tra 512 uffici.
E il messaggio indirizzato a questi servitori volontari dello Stato
italiano è sempre, sconsolatamente, lo stesso:
" L'amministrazione è ben consapevole delle
difficolta'..","nell'attuale situazione di bilancio non è stato
possibile agire diversamente..","si assicura il massimo impegno a
perseguire l'obiettivo di un'adeguata integrazione di fondi.. ".
E' del tutto
evidente che il ricorso sempre più ampio alla rete consolare
onoraria rappresenta una forma efficace di 'outsourcing' (insieme
all'apertura di sportelli informatici presso i comuni svizzeri, ecc.) tale da
permettere, contestualmente alla rimodulazione informatizzata di decine di
Uffici consolari ordinari, di assicurare servizi a costi molto più ridotti,
come fanno gli altri paesi. La decisione è quindi politica e deve passare
per un accordo con i sindacati interessati alla tutela dei posti dei
dipendenti amministrativi di ruolo all'estero. Ma
il dilemma del nostro sistema, da anni, è tutto qui: per
arrivare a liberare risorse da destinare ai servizi in crescita (visti e
connessi sportelli economici) occorrono investimenti pluriennali per modernizzare i
servizi consolari tradizionali (anagrafe, stato civile, passaporti, notarile, e
-da poco - anche elettorale). Ma di investimenti non si vede traccia. Né in
finanziaria, né in altri strumenti normativi più propriamente organici. Qui al Ministero
Esteri per ora vediamo solo tagli disfunzionali e operazioni cosmetiche fuori
da ogni serio piano di razionalizzazione.
Un ultimo cenno, sui
moduli e l'informatica: ci è venuto il sospetto che Villa non si sia
neppure preso il disturbo di aprire il sito Mae www.esteri.it/visti dove appare il database sui visti, che tra
l'altro ha pure una versione in inglese, con tutti i moduli scaricabili (anche
in inglese), e al quale i siti di tutte le sedi sono collegati. Altro che
moduli solo cartacei!
Enrico Granara
presidente SNDMAE
Roma
***
La controreplica dell'autore
Se la
mia analisi sommaria ha indotto in errore qualche lettore, spero che il lungo
commento di Enrico Granara abbia contribuito a fare chiarezza. Nonostante il
tono un po’ contrariato, mi sembra che l’intervento confermi la sostanza della
mia analisi: l’accesso al nostro Paese per un cittadino straniero non è
agevole. Questo, più che per il cittadino straniero, che dispone di altri
canali di accesso all’Europa, rappresenta un problema per noi, che lo perdiamo,
magari a vantaggio di altri Paesi, che lo accolgono meglio. Nella mia attività
non devo occuparmi di migliaia di casi l’anno, ma solo di poche decine,
abbastanza però per avere esperienza diretta del dedalo di burocrazia arrogante
ed insensibile che inghiotte i malcapitati Wang e Higuchi. Con il mio
intervento, desideravo segnalare che una politica di attrazione di investimenti
dall’estero non è conciliabile con le logiche che oggi governano l’accesso
all’Italia delle persone.
Non è un problema che riguarda solo il Ministero degli Esteri, perché sono
diversi i ministeri coinvolti e, ad onore del vero, molte volte i singoli
impiegati sopperiscono con buon senso e fantasia alle deficienze del sistema.
Ma questo permette di risolvere singoli casi, mentre il problema è strutturale
e grave. Dove investiranno le loro risorse, Wang e Higuchi, se da noi sono
trattati da questuanti indesiderati, mentre altrove sono accolti in modo civile
e decoroso? Purtroppo, non è la prospettiva di vedersi riconosciute le loro
ragioni dal TAR, che li convincerà a dirigersi in Italia.
Granara lamenta (nel suo intervento e attraverso il sito del sindacato, ricco
anch’esso di informazioni) l’assenza di investimenti, operazioni cosmetiche e
la logica dominante del "fare tutto a costo zero"; questo non può che
generare ulteriore preoccupazione, visto che il grido d’allarme viene da chi
lavora dentro la macchina amministrativa. Ho indicato tre "cose da
fare" che ritengo siano degne di ricevere attenzioni e investimenti di
risorse; sono sempre dell’idea che un utilizzo maggiore degli strumenti
informatici e della lingua inglese gioverebbe. Per riprendere l’esempio
suggerito da Granara, dal sito del Ministero degli Esteri, anche dalle sezioni
in inglese, gli allegati scaricabili sono esclusivamente in lingua italiana
(http://www.esteri.it/eng/5_32_183.asp). Purtroppo non è un’eccezione.
settembre 2007
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