ASSEMBLEA GENERALE STRAORDINARIA

14 DICEMBRE 2005

 

Contributi dall’estero

 

CONTRIBUTO ALL’ASSEMBLEA STRAORDINARIA

DI ENRICO DE AGOSTINI, MAPUTO

 

Uno degli effetti collaterali del dibattito sui settanta anni e sullo scorrimento in generale è la percezione che all’esterno diamo di noi stessi. Senza evocare le ricadute di immagine del famigerato ricorso Vozzi, della presenza di due ambasciatori a Tallin e di simili follie, mi sembra che in generale, una carriera, un corpo dello Stato che da anni appare avviluppato su se stesso, alla ricerca di soluzioni a problemi di scorrimento interno, non dia una buona immagine di sé.

In fondo al cittadino comune, all’utente dei nostri servizi, non importa molto se andiamo in pensione a sessanta, sessantacinque o settanta anni.

Quello che, invece, gli interessa eccome, sono i servizi che gli offriamo e come ci prepariamo alle sfide del futuro. Quindi, immagino che desidererebbe magari sentirci dibattere su come migliorare la nostra produttività, su come rendere più efficace l’azione di Ambasciate e Consolati.

E, invece, eccoci qui, costretti a discutere ancora una volta della nostra longevità, della nostra permanenza in servizio. Certo, direte voi, mostriamo un tale attaccamento alla professione, che potremmo passare per benemeriti del servizio, ma dubito che l’uomo della strada   si “berrebbe” questa interpretazione!

Però la questione dei settanta anni , a ben guardare, qualche effetto pratico sul nostro “output” produttivo ce l’ha eccome, perché l’elevazione dell’età pensionabile avrebbe di sicuro delle conseguenze perniciose in termini di demotivazione e, quindi, in termini di produttività ed efficacia del novanta per cento della carriera. E questo è un dato incontrovertibile rebus sic stantibus, a bocce ferme. 

Ma le cose, o, se preferite, le bocce, ferme di questi tempi non ci stanno mai.

E, quindi, volersi ostinare con la politica dei piccoli passi, delle mini riforme, partendo dall’assunto che l’impianto generale sia intoccabile e i cambiamenti possano essere applicati solo ad una sua parte è una strategia perdente e dannosa. Sarebbe come voler prendere un orologio svizzero e sostituirne un ingranaggio con uno di diversa misura, lasciando tutti gli altri invariati. Non funzionerebbe. L’orologio si incepperebbe. Come si è inceppato, diciamocelo francamente, tutto il nostro sistema. A colpi di piccole modifiche al DPR 18, si è tentato di mantenere in piedi un sistema che andava bene, quando era integro, quaranta o anche trenta anni fa.  Invece di ripensare organicamente e strutturalmente tutta la gestione del personale, abbiamo creato mostri giuridici come il DPR 368 del 2000, (quello, per intenderci, che riserva ai dirigenti amministrativi funzioni di console e console generale all’estero e mina alla radice la specialità della carriera, come ha dimostrato da ultimo il ricorso Vozzi).

Ma, in un certo senso, siamo fortunati, perché è  proprio questa ultima spiacevole vicenda a costituire la dimostrazione lampante di quanto siano disastrose le conseguenze dell’immobilismo, delle strategie gattopardiane.

Come al solito, cari amici e colleghi, ci vuole coraggio. Il coraggio di fare riforme strutturali che restituiscano serenità ed efficacia all’intera  macchina degli esteri e non siano dirette a beneficiare solo questo o quel gruppo di colleghi.

È ovvio che oggi l’elevazione a settanta anni è inaccettabile -come hanno ribadito varie assemblee dei soci da almeno tre anni a questa parte - ma lo sarebbe se l’intero impianto fosse rivisto, se la progressione in carriera non fosse più  esasperata a tal punto, da imporre, come avviene oggi, di lasciare indietro molti meritevoli solo per esigenze di organico? Forse sì, forse no. In un mondo ideale, i diplomatici sono intimamente collegati alla realtà economica, politica e culturale del Paese che rappresentano. Vengono chiamati dalle imprese a gestirne interi settori e poi rientrano in carriera arricchiti dalle esperienze fatte nella società civile, senza essere penalizzati perché non sono stati in un ufficio ministeriale ad attendere fedelmente la promozione. 

In un mondo ideale, i giovani diplomatici di un Paese vengono regolarmente distaccati presso le delegazioni della Commissione Europea in posti strategici, osservano per conto del loro Paese, imparano e si preparano a diventare un giorno dirigenti della diplomazia europea. Ma, attenzione, questo mondo è ideale solo per noi. I nostri concorrenti internazionali hanno capito che si tratta già di una realtà e hanno quindi preso delle misure serie (non prese in giro a costo zero!) per adeguare le loro diplomazie alle nuove sfide.

Volete un esempio? Nel lontano Mozambico il piccolo Portogallo distacca un funzionario di rango medio-alto presso la locale Delegazione della Commissione.

E noi, con la nostra politica dei piccoli passi, stiamo lasciando che una delle migliori diplomazie europee venga trasformata in una comitiva di persone che litigano tra loro e spaccano il capello in quattro sulla longevità del funzionario a sessantasette anni!  

Mi sembra che l’ora di agire seriamente e di pensare a riforme strutturali sia suonata da tempo. E mi dispiace per gli avvocati dell’innalzamento a settanta anni. Può anche darsi che abbiano ragione, ma, in questo momento, mi sembra proprio che ci siano problemi ben più seri da affrontare e da risolvere!

 

 

CONTRIBUTO ALL’ASSEMBLEA STRAORDINARIA

DI LUCA FRATINI, RABAT

La lettura dello studio statistico commissionato dal SNDMAE e le agghiaccianti proiezioni esposte da Anna Frittelli ci fanno capire quanto siano cambiate - in peggio, ça va sans dire - le aspettative di carriera anche solo rispetto a 15 anni fa. Non tragga in inganno il recente accorciamento dei tempi medi di promozione a Ministro e Cons. Amb, che secondo la statistica sono tornati nell’ultimo quinquennio – dopo il ben noto periodo di intasamento – ai valori dei primi anni 90: bene ha fatto l’”esterno” Pievani a rimarcare che in realtà, chi fa scendere la media sono i “promossi-baby” in virtu’ della riforma del 2000, mentre per gran parte dei “peones” il passaggio di grado (sempre che avvenga!) richiede tempi sempre più lunghi.

Tale gestione delle promozioni – che sembra del tutto avulsa da una coerente logica di programmazione, che tenga conto di dati quali il numero dei posti, il numero di ingressi in carriera, l’età pensionabile e soprattutto le schede di valutazione annuali – crea a mio avviso tre storture nel sistema:

 -          la “decimazione” di interi concorsi formati da funzionari per lo più validissimi, che vedendosi (anche per più anni consecutivi) scavalcare in massa da 4 o 5 “rampanti” delle annate successive perdono motivazione ed impegno;

-          il conseguente lievitare dei candidati scrutinabili ad ogni tornata di promozione (un tempo diventare prima o poi Cons. Amb. era quasi una certezza, oggi sembra una chimera), che acuisce l’umana propensione degli interessati, sotto data, a curare la propria visibilità piuttosto che l’interesse del servizio;

-          lo svuotamento del sistema di valutazione, che non apparendo essenziale né a stabilire le promozioni (vedasi l’ultima a Cons. Amb. del concorso 1991, effettuata per ordine di bollettino!) né – credo – ad assegnare gli incarichi all’estero, assume oggi i connotati di un mero esercizio di bizantinismo burocratico fine a se stesso.

Le risposte possibili, a mio avviso, sono due, solo apparentemente opposte: 1) tornare agli 8 gradi del passato, con i Primi Segretari e i Ministri di prima classe, che almeno garantivano una generale gradualità negli scorrimenti e assegnazioni di incarichi; oppure 2) “sdrammatizzare” i gradi, riducendoli ulteriormente (si tratta in sostanza di completare la riforma “monca” del 2000, accorpando i due gradi di Consigliere o quantomeno i due organici, come era una volta tra Secondo e Primo Segretario) e spostando di conseguenza l’asse portante delle nostre carriere sulle funzioni.

Personalmente propendo per la seconda: è più moderna, è in linea con le riduzioni dei gradi nel resto del pubblico impiego, è sostanzialmente indolore e – soprattutto – corrisponde alla realtà del nostro Ministero e della rete estera, dove da molti anni ormai è possibile trovare Consiglieri di Legazione in posti di altissime responsabilità e soddisfazione e, di converso, Ministri Plenipotenziari validi e demotivati a vagare per i corridoi.

 

CONTRIBUTO ALL’ASSEMBLEA STRAORDINARIA

DI SILVIO MIGNANO, BASILEA

 

Vorrei cercare di stemperare l’idea che al dibattito sui settant’anni sia necessariamente sotteso un conflitto generazionale.

È vero, come è stato osservato soprattutto dai fautori dell’innalzamento dell’età pensionabile, che il SNDMAE deve rappresentare l’intera carriera diplomatica, comprendendo sia i giovani che i meno giovani – qualunque interpretazione si voglia dare all’espressione “giovane”.

È tuttavia altrettanto vero che alcune questioni obbligano a prendere l’una o l’altra decisione, non potendosi sempre scegliere una via di mezzo. L’esempio è proprio l’innalzamento dell’età pensionabile: o ci si schiera a favore – facendosi portatori dell’interesse di coloro che intendono legittimamente protrarre la carriera fino ai settant’anni – o ci si schiera contro, sposando le tesi di coloro che altrettanto legittimamente si ritengono lesi da tale prospettiva. Tertium non datur.

Ebbene, mi sembra che il sindacato abbia scelto, di fronte all’irrisolvibile dilemma, l’unica strada corretta, ovvero la decisione democratica.

Ricordo infatti – come ha fatto prima di me alcune settimane fa Giovanni Veltroni – che nelle ultime due Assemblee sono state approvate a larghissima maggioranza altrettante mozioni che impegnavano il Consiglio a opporsi, rebus sic stantibus, a eventuali provvedimenti di proroga dell’età pensionabile. Non si può quindi dire che il sindacato si sia schierato a fianco degli uni o degli altri: ci si è democraticamente contati, e nemmeno con un margine stretto.

Il fatto è che gli ultimi Consigli – ma prima di loro l’Assemblea dei Soci – non hanno mai ritenuto di avvalorare un particolare status deteriore del diplomatico “anziano” rispetto ad altre carriere. Nessuno ha mai osato mettere in dubbio la freschezza e l’energia dei diplomatici ultrasessantenni. Anzi, in occasione di incontri ad alto livello – ricordo di essere stato presente quando il Presidente Piccirilli fece queste osservazioni al Ministro Frattini – si è detto chiaramente che il diplomatico alla vigilia della pensione è di per sé ancora pienamente in grado di servire il Paese, ma anche che con l’attuale situazione delle piante organiche e della normativa in materia di scorrimento un provvedimento di estensione di tre anni dell’età lavorativa avrebbe avuto effetti terrificanti (non vedo altro aggettivo) per centinaia di colleghi in un arco di tempo di dieci o quindici anni. Questa sì che sarebbe stata una spaccatura grave della carriera.

Come sindacato non possiamo nasconderci che l’Amministrazione degli Affari Esteri è particolarmente debole – è una debolezza strutturale e di lunga data, non addebitabile a questa o quella gestione o a questa o quella dirigenza politica – e funziona in gran parte affidandosi al senso dello Stato e allo spirito di servizio dei singoli. È quel “volontariato” di cui parlavo qualche anno fa schierandomi a favore della visione cilindrica della Carriera. Ebbene, se accettassimo o favorissimo decisioni che bloccano o rendono faticosissima la progressione di carriera di centinaia di colleghi, con l’effetto inevitabile di demotivarli, il danno all’efficienza della struttura subirebbe una moltiplicazione esponenziale. In molti potrebbero sentirsi meno propensi a dare più del dovuto e molto del proprio per far fronte alle carenze strutturali, finanziarie, di organico e di procedura degli uffici nei quali prestano servizio, in Italia e all’estero.

Questa stessa considerazione mi porta anche a perorare di nuovo la causa di un riassetto della struttura della Carriera, di una revisione delle regole di progressione, di una valutazione serena delle prospettive di accorpamento dei gradi o di aumento delle piante organiche di alcuni gradi, o del totale o parziale sganciamento delle funzioni dal grado; in poche parole, dello studio di misure che, partendo comunque dal riconoscimento del valore e dell’impegno dei singoli (il cilindro è un solido: è tridimensionale, non vuol dire appiattimento), servano a sdrammatizzare i meccanismi di avanzamento e a distribuire maggiormente, a chi le merita, le legittime aspettative professionali e in ultima analisi umane che hanno nutrito in tanti anni di impegno e di servizio.

 

S.N.D.M.A.E.- Ministero degli Esteri - p.le della Farnesina, 1 - 00194 ROMA tel. 06.36912304 fax 06.36000161