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Il Vate e i suoi nipoti
di Maurizio Stefanini
“Il Foglio”
14 aprile 2018

Si presenta come un personaggio del Quattrocento, è spesso frainteso come antesignano di Mussolini, ma alla fine potrebbe essere stato soprattutto un Pasolini ante litteram! E’ “D’Annunzio le Magnifique”. Così a mo’ di Lorenzo de’ Medici, il Vate è presentato ai lettori francesi in un libro appena uscito per Grasset. La firma è di un autore che in Francia ha vinto sia il Prix Goncourt de la biographie che il Prix Casanova e che ha preso un po’ l’abitudine di scrivere prima in francese e poi in Italiano: la sua “Antivita di Italo Svevo”, ad esempio, è appena uscita per Aragno a cinque anni dall’edizione originale, pure per Grasset. Maurizio Serra è però italianissimo, e anzi serve l’Italia come diplomatico di professione: attualmente presso le organizzazioni internazionali di Ginevra, dopo essere passato per l’Unesco. “Forse inconsciamente, ma volevo un titolo inciso e rinascimentale”, ci spiega. “E all’editore è piaciuto subito”. Per Grasset si tratta del terzo titolo di una trilogia. “Un progetto editoriale di lungo corso per chiudere un ‘buco’ di conoscenza sui grandi autori italiani del Novecento in un pubblico francese più vasto degli specialisti. Quindi D’Annunzio dopo Malaparte e Svevo, un po’ come una suite sinfonica Allegro-Largo-Finale vivace. Due scrittori che furono anche personaggi, e in mezzo uno scrittore che fu anti personaggio. Il pubblico sembra accoglierli bene tutti e tre”.

Sono ben 702 pagine: e l’Introduzione avverte che non si tratta in realtà di una biografia completa, ma che si è fatta una drastica selezione su ciò che si sarebbe potuto raccontare. Se no, la sola analisi in profondità dell’avventura-epopea di Fiume avrebbe richiesto un volume di dimensioni comparabili a questo”. Cinque sono le fasi che scandiscono il percorso biografico del Vate: l’Innocente, tra 1863 e 1896; il Conquistatore, tra 1897 e giugno 1914; il Comandante, tra il luglio del 1914 e il Natale di Sangue del 1920; l’Agonizzante, tra 1921 e 1938. Il primo marzo sono stati infatti ottant’anni esatti dalla morte del “Vate”, ma gli articoli con cui la grande stampa francese ha salutato “D’Annunzio le Magnifique” confermano l’idea di un interesse che va ben oltre l’occasione dell’anniversario. Le Monde ha parlato ad esempio di un “processo in appello”. “A prima vista, niente di più kitsch che l’opera e la vita” di questo scrittore di cui pure gran parte delle nonne e bisnonne dei francesi di oggi amava saccheggiare le frasi per riempirci i propri “giornali intimi dalla rilegatura in pelle”, spiega. Ma grazie a Serra la figura di questo “Condottiero 1900” diventa “più complessa e interessante” che non il solito stereotipo sul “predatore sessuale precursore del fascismo e grafomane mondano, narcisista e plagiario all’occasione, in cui la scrittura incarna nella letteratura quel che il liberty è nell’arte”.

Anche il Point parla di “riabilitazione” dell’”Erotomane che voleva dirigere l’Italia”. “Lo scrittore aviatore italiano più invidiato del suo tempo”.

“Un grande letterato deve avere una grande vita, sosteneva Sainte-Beuve. Nato nel 1863 e morto nel 1938, l’autore del ‘Fuoco’ e del ‘Piacere’ si vedeva come reincarnazione onirica di Napoleone, guerriero alla scrivania e poeta nei combattimenti, arrampicato sui tacchi vertiginosi del suo ego”. Mentre il Figaro si era occupato del libro già in fase di gestazione, con un’intervista a Serra in cui D’Annunzio era presentato come il modello di André Malraux. In effetti era stato lo stesso Serra a spiegare diffusamente ai francesi questa filiazione, col suo libro del 2008 sui tre “Fratelli separati: Drieu-Aragon-Malraux: il fascista, il comunista, l’avventuriero”. E prima ancora con “L’esteta armato”: libro del 1990 riaggiornato nel 2015 appunto su tutta la vastissima famiglia dei dannunziani che imperversarono nella cultura europea per tutta la prima parte del Novecento.

“D’Annunzio fu lo scrittore-personaggio più imitato di tutti i tempi”, ribadisce Serra in questo libro. “E’ chiaro che tutti gli esteti armati, chi più chi meno, discendono da lui”. Peraltro “D’Annunzio il magnifico” ricostruisce una lista di epigoni che va anche oltre la lista di intellettuali avventurieri già fatta nell’”Esteta armato”: James, Shaw, George, Heinrich e Thomas Mann, Kraus, Hofmannsthal, Kipling, Musil, Joyce, Wyndham Lewis, i fratelli Sitwell, Lawrence, Pound, Gumilëv, Ortega y Gasset, Hemingway, Brecht, Borges… Ma, ci spiega Serra, lo scopo di questa biografia è stato anche quello di andare oltre gli stereotipi. E una delle scelte più spiazzanti è stata appunto quella – notata anche dal Monde – di far arrivare questa filiazione fino a Pasolini. “Era inevitabile che gli adoratori di una volta succedessero gli iconoclasti del dopoguerra”, osserva sull’evoluzione delle fortune di D’Annunzio nell’Italia post-fascista. “Il caso di Pasolini, che spunta sulla tomba del padre, lo testimonia. Provate ad affermare che l’egocentrismo pasoliniano e il suo desiderio di dominare la sua epoca rivelano una matrice dannunziana: non vi resterà che scegliere l’albero a cui vi impiccheranno. Eppure, le analogie tra i due sono impressionanti”. Pensiamoci un attimo, anche senza leggere le 702 pagine di Serra fino in fondo. Egocentrismo ed estetismo a parte: non era Pasolini anche lui un “erotomane”, anche se non in senso etero? E non aveva anche lui visioni politiche provocatorie che andavano oltre le definizioni convenzionali di destra e di sinistra? E non amava anche lui vivere pericolosamente, fino al punto di morire nel modo in cui è morto?

Soprattutto, comune ai due fu l’ansia di essere trasversali non solo alle idee, ma anche alle arti e alle vocazioni. D’Annunzio si fece condottiero: Pasolini diceva che avrebbe voluto essere calciatore. Come Pasolini poeta, romanziere, saggista, giornalista a drammaturgo, D’Annunzio non fu invece regista. Ma soggettista e autore di didascalie per il cinema muto sì. Tutte e due furono poi parolieri. D’Annunzio con “A vucchella”, scritta per scommessa al tavolo di un caffè, e poi diventata un classico della canzone napoletana; e anche con il libretto in francese d’oil per le “Le martyre de Saint Sébastien”, “Mistero” in cinque atti più un prologo per musica di Claude Debussy. Pasolini con varie canzoni, scritte anche per i suoi film, di cui forse la più nota è quel “Valzer della toppa” che fu un must nel repertorio di Gabriella Ferri.

Un altro intellettuale organico della sinistra italiana come Luchino Visconti trasse poi dall’”Innocente” di D’Annunzio il film considerato il suo testamento spirituale. Anche non convenzionale è il collegamento che Serra fa tra D’Annunzio, Pirandello e Italo Svevo. “Tre grandi scrittori italiani della vendemmia degli anni 60 dell’Ottocento, tutti nati dalla periferia di uno stato in fase di unificazione tardiva”. “Svevo annuncia il romanzo contemporaneo attraverso l’ironia e il camuffamento, Pirandello sconvolge la concezione del teatro e invoca il cervello per difendersi dalla realtà”, D’Annunzio è forse quello che ha meno innovato sul piano dell’arte pura, ma ha in compenso inventato un modo di essere personaggio. Un antesignano delle rock-star e dei divi di Hollywood, ma anche della politica spettacolo: da quando deputato dell’estrema destra durante un dibattito si alzò per andarsi clamorosamente a sedere sui banchi dell’estrema sinistra, fino a quell’esperienza fiumana in cui inventò gran parte della liturgia del rapporto tra il leader e le masse poi fatta propria da Mussolini. “Per lui, fin dalla giovanile candidatura al parlamento, la politica era per definizione spettacolo, nel senso nobile del termine, da competizione di eloquenza o tragedia dell’antichità greca”, ci risponde Serra quando gli facciamo una domanda sul D’Annunzio politico. “E’ in fondo un tratto democratico dell’antidemocratico Gabriele”.

Però il rapporto di D’Annunzio col fascismo è appunto uno di quegli aspetti in cui Serra ha voluto prendere più di petto gli stereotipi stratificati. “Una interpretazione manichea ha venduto l’idea di un D’Annunzio precursore del fascismo: non è sbagliata, ma anche qua, bisogna sfumare”, spiega Serra ai francesi. “Innanzitutto: spregiatore della democrazia parlamentare in quanto tale, o non piuttosto delle sue debolezze e delle sue furberie? Il giudizio di Charles de Gaulle sul declino della Terza Repubblica non era molto differente”. Il libro ricorda dunque quella Costituzione libertaria del Carnaro che suscitò l’interesse di Lenin e in cui erano previsti parità dei sessi, diritto al lavoro, cogestione, protezione dell’ambiente, protezione delle minoranze. Insomma, un documento “molto in avanti sui suoi tempi”.

Spiega Serra al Foglio: “Mi sono a lungo soffermato su questi aspetti, sia perché totalmente ignoti in Francia, sia perché largamente strumentalizzati in Italia. Sul rapporto con Mussolini – un rapporto del tutto opportunistico tra due carissimi nemici – credo che avremo presto ulteriori conferme con l’imminente pubblicazione (finalmente!) dell’edizione scientifica e completa della loro corrispondenza da parte di Francesco Perfetti. Quanto a Fiume, accanto ad aspetti libertari, ve ne furono indubbiamente altri di tendenza autoritaria e protodittatoriale, anche se il comandante non ebbe mai i poteri di un dittatore vero e proprio”. “Gli articoli anche più generosi, e ne stanno uscendo diversi altri, debbono inevitabilmente insistere sugli aspetti più eclatanti del personaggio. Del resto, D’Annunzio ha fatto di tutto per mettersi in mostra e continua a pagarne il pedaggio a ottant’anni dalla morte”. Ma a Serra preme “aver messo certi paletti, ad esempio i limiti evidenti e strumentali del rapporto con Mussolini”. Insiste: “D’Annunzio non fu mai fascista, né di cuore né di testa”. “In tutta l’ultima parte del libro ho anche deciso di scavare molto negli anni del ritiro al Vittoriale, che non furono affatto solo quelli dell’’oscena, turpe, vecchiezza’. Basti pensare alle vane messe in guardia a Mussolini contro Hitler”. Comunque, “in un secolo in cui troppi intellettuali hanno esaltato Auschwitz e il Gulag, sono divenuti spie e informatori, hanno collaborato con il nemico e l’occupante, hanno ammassato fortune e grandi tirature alle spalle di confratelli condotti al patibolo, D’Annunzio non è mai scaduto nell’abietto e raramente nel meschino”.

Intellettuale volutamente arcaizzante: e anche questo è un punto di contatto con il Pasolini nostalgico delle lucciole e della cultura contadina. Ma D’Annunzio fu anche un iniziatore della modernità attraverso una vasta opera di creazione di slogan pubblicitari e logotipi che ne fa un creativo ante-litteram. Come scrive Serra, “rari sono i prodotti dell’industria italiana nascente, dal mobiliare al tessile, dall’automobile all’aviazione, dai profumi ai liquori, fino alle acque minerali e ai lassativi, per i quali non abbia inventato dei nomi o degli slogan lirico-pubblicitari ben ritmati e ben remunerati”. Fu lui ad esempio a inventare il nome per la Rinascente, per i biscotti Saiwa, per il parrozzo d’Abruzzo, per il brandy Sangue Morlacco, per il liquore Aurum, per l’Amaro Montenegro. E qui c’è un altro importante punto di contatto con Pasolini, regista di famosi spot per Carosello. Un’altra specialità di D’Annunzio erano le frasi lapidarie: Memento Audere Semper, Ardisco non Ordisco, Fa di te stesso un’isola, Io ho quello che ho donato… Che cosa avrebbe potuto fare con a disposizione un blog o Twitter? La risposta di Serra è altrettanto lapidaria: “Per fortuna, ai suoi tempi non esistevano”.

Altrettanto lapidario è Serra sulla facile moda del ridicolizzare D’Annunzio in cui indulse anche Montanelli: “A me in genere i ridicolizzatori di D’Annunzio appaiono più ridicoli di lui. Come si dice a Roma: je rode”. Però, se c’è un D’Annunzio anticipatore della modernità, non manca un D’Annunzio irrimediabilmente legato al passato liberty delle copertine dei suoi libri. Per parafrasare Benedetto Croce: che c’è di vivo e che di morto in D’Annunzio? Secondo Serra, “non si scrive per sessant’anni, freneticamente, attraversando tre periodi storici senza avere una parte innovatrice e una caduca della propria opera. Montherlant diceva che di ogni vero scrittore a distanza di tempo basta che resti un terzo. Con D’Annunzio mi spingerei verso i due terzi, o almeno il cinquanta per cento. Rimane e rimarrà”.

Però lo stesso “D’Annunzio il Magnifico” – nel fare le lodi di un Vittoriale che malgrado la pacchianeria spesso rimproveratagli resta un esempio virtuoso di buona gestione di un bene culturale in un paese dove troppo spesso i beni culturali sono trascurati – osserva che forse oggi i visitatori dell’ultima dimora di D’Annunzio son più che i lettori dei suoi libri. Significa che alla fine il personaggio resta più dell’opera? “Sì. Ma è vero anche che parecchi visitatori poi leggono D’Annunzio proprio perché prima sono stati al Vittoriale”.